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redazione "il fatto quotidiano"

antefatto

Gradisca Presidente: le verità di una donna, le bugie del premier (dom, 22 nov 2009)
Chi lo acquisterà, e saranno in molti, andrà subito a leggere le pagine più hard: quelle in cui Patrizia descrive la sua notte di sesso a Palazzo Grazioli. Un racconto che noi de Il Fatto Quotidiano abbiamo però deciso di non pubblicare perché Gradisca Presidente, l’autobiografia della D’Addario, scritta a quattro mani con la brava collega del Corriere della Sera, Maddalena Tulanti, è un libro che deve spingere a riflessioni di carattere politico. Ragionamenti che ruotano tutti su cosa è accaduto prima dell’ingresso della escort di Bari nella camera da letto di Silvio Berlusconi. E su cosa è successo dopo. Non durante. Sfogliando le pagine del libro si ha infatti l’impressione di scivolare a poco a poco in un noir ambientato non a Bari o a Roma, ma a Caracas o Bogotà. Metropoli decadenti dove i politici si controllano comprandoli (o ricattandoli) con festini e ragazze a pagamento. Città dove le vite degli uomini e delle donne non valgono niente, e quelle delle prostitute ancora di meno. Gli esempi in Gradisca Presidente si sprecano: Patrizia, non appena svela alla sua amica Barbara Montereale, un ex billionarina più volte ospite del premier, e al suo ex protettore di essere in possesso delle ormai celebri registrazioni degli incontri con il Cavaliere, comincia ad essere minacciata. Prima con telefonate anonime d’insulti (tutte incise su nastro). Poi con vere e proprie aggressioni. Sua madre viene presa a pugni; un Suv, sotto gli occhi di due testimoni, tenta di buttare l’auto della escort fuori strada; un cliente che si qualifica come ex carabiniere le mette a soqquadro la casa e tenta di violentarla. Quindi arrivano i (presunti) servizi segreti. Patrizia non ha ancora testimoniato davanti ai magistrati, non è ancora stata intervistata dal Corriere, ma un signore l’avvicina per strada e mostrandole un tesserino le dice: “Ministero dell’Interno. Hai mai conosciuto politici importanti negli ultimi tempi?”. Da quel giorno si moltiplicano le strane visite (tutte denunciate in tempo reale) di energumeni che tentano di farsi aprire la porta di casa qualificandosi come appartenenti alle forze dell’ordine o addirittura presentandosi in divisa. Infine l’ormai celebre furto, avvenuto durante la campagna elettorale in cui la escort era stata candidata al comune dal centrodestra, nella lista La Puglia prima di tutto del ministro Raffaele Fitto. Un colpo da professionisti. Spariscono computer, diari, vestiti (vengono rubati persino gli slip), ma viene lasciato un nuovo e costosissimo televisore al plasma. È a quel punto che la donna capisce di star rischiando la vita. E quando la security non la fa entrare a una manifestazione elettorale alla quale partecipa anche il Cavaliere, lei, sempre più impaurita, prima si rivolge a un giornalista di Oggi e poi si trova un avvocato. Quella di Patrizia è insomma un’allucinante escalation del terrore. Una storia da paura sulla quale oggi sta ancora indagando la magistratura, ma di cui dovrebbe occuparsi prima o poi anche il Copasir, il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti, giusto per fugare il sospetto che dietro alle violente pressioni sulla super-testimone ci siano ambienti istituzionali. Di materiale per mettere Berlusconi alle corde, del resto, la D’Addario ne aveva molto. Non per niente , pagina, dopo, pagina, vengono a galla tutte le bugie utilizzate dal Cavaliere in questi mesi per fronteggiare lo scandalo. “Era una festa organizzata dai club Forza Silvio e Meno male che Silvio c’è” dice, per esempio, Berlusconi, a Bruno Vespa nel libro Donne di cuori, quando si tratta di parlare della prima cena a cui partecipò la escort barese assieme ad altre venti ragazze venti. Non è vero ribatte lei, ricordando una frase pronunciata da due sue colleghe bisex: “Silvio, qui non si batte chiodo, c’è crisi in giro e noi che lavoriamo in coppia la sentiamo di più”. Certo, ripensando all’ottimismo rispetto alla situazione economica del paese che Berlusconi in quei giorni (autunno 2008) continuava a professare, c’è quasi da sorridere. Solo che il set sul quale il premier si muove non è quello di un film con Alvaro Vitali, ma è l’interno di una residenza di Stato. Per questo Gradisca Presidente è davvero un libro politico. Perché spinge a chiedersi, come ha fatto sua moglie Veronica, quale sia lo stato di salute mentale di un leader che mette a rischio la sicurezza sua e del Paese pur di essere di continuo circondato da belle ragazze a pagamento. Perché accende i riflettori sull’ipocrisia di un potere che emana leggi per vietare agli altri ciò che invece è permesso alle elite (dalle norme contro i consumatori di droghe anche leggere fino a quelle, poi ritirate, contro i clienti delle prostitute). Perché ci racconta come Berlusconi abbia fatto di tutto per rendersi ricattabile. E come, per uscire dall’impaccio, abbia poi manipolato l’informazione, a partire da quella televisiva, grazie ai giornalisti di corte. Gente che per la carriera ha venduto il cervello. Un organo che, a pensarci bene, dovrebbe valere molto di più rispetto alle pur straordinarie mercanzie offerte da Patrizia. da Il Fatto Quotidiano del 22 novembre 2009
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Reputazione (sab, 21 nov 2009)
Parliamo del presidente del Senato Renato Schifani. Del suo passato professionale si è occupato ieri questo giornale con l’incontrovertibile narrazione di Marco Lillo: storia di un legame professionale dell’avvocato siciliano con personaggi mafiosi che risale a quindici anni fa. Quella narrazione – che dovrebbe provocare scandalo – incontra però due serie obiezioni. La prima. Schifani è un avvocato. Tipico di un avvocato è difendere chi chiede difesa. La seconda. Quindici anni sono tanti. In quel lungo periodo di tempo l’avvocato Schifani è cresciuto in un modo, i suo vecchi clienti in un altro. Lui è diventato la seconda carica dello Stato. Loro, i difesi di allora, la prima fila della mafia. Propongo a mia volta una obiezione alle obiezioni. Renato Schifani non è oggi in discussione come avvocato. Di lui si può dire, per esempio, che è un lottatore deciso a tutto nel suo lavoro e a favore dei clienti. L’articolo di Marco Lillo racconta in modo accurato e preciso, lo stile forte con cui il combattivo legale palermitano ha condotto il suo impegno professionale a favore di un gruppo deciso a conquistare un terreno e costruire un palazzo nella piena (e purtroppo frequente) illegalità italiana. Va bene , direte, non tutti i professionisti, specialmente se bravi (Schifani vince) devono essere giudicati in base agli scrupoli. Ci sono però un paio di fatti da considerare. Uno è che tutti i protagonisti del folto gruppo che conta sull’avv. Schifani sono mafiosi. Non lo si sapeva a Milano. Ma a Palermo, vigili urbani, prefettura, polizia, già a quel tempo si tenevano alla larga dal cantiere controverso del palazzo che ospiterà Giovanni Brusca, già noto fra altri destinati a diventare celebri un po’ più avanti, ai tempi di Falcone, Borsellino e del bambino Di Matteo dissolto nell’acido. E poi il punto più difficilmente eliminabile dalla discussione. Renato Schifani oggi è la seconda carica dello Stato. Così influente, sul destino di questo Stato, da suscitare sorpresa quando minaccia di sua iniziativa, elezioni anticipate, impossessandosi di una prerogativa che spetta solo al capo dello Stato. Dunque un uomo importante. Un esempio fuori dall’Italia. Il celebre costruttore di New York Donald Trump non ha mai potuto candidarsi a sindaco perché, da giovane costruttore rampante, aveva minacciato un’anziana signora che non voleva cedere la sua casetta (61esima strada angolo Lexington) dove Trump voleva un grattacielo. La civiltà di New York è rappresentata da quell’evento. La casetta c’è ancora. E Trump non può entrare in politica nonostante i miliardi. In altri paesi (tutti quelli che noi chiamiamo democrazie) la reputazione ha un valore altissimo e il passato un peso che non si scioglie nell’acido del giornalismo compiacente e dell’opposizione conciliante. da Il Fatto Quotidiano del 21 novembre 2009 Leggi l'inchiesta di Marco Lillo da Il Fatto Quotidiano del 20 novembre 2009: Schifani e il palazzo abitato dai Boss C’è un palazzo a Palermo, vicino allo stadio della Favorita, che spiega meglio di un trattato la mafia e l'antimafia. I suoi nove piani sono un monumento alla prevaricazione dei forti sui deboli, dei corrotti sugli onesti. Sono stati costruiti in spregio a ogni norma con la complicità della politica, calpestando con la ruspa i diritti di due donne inermi.(leggi tutto)
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Dell'Utri, e se Graviano comincia a parlare? (sab, 21 nov 2009)
Il mafioso dai rapporti politici potrebbe “pentirsi” di Giuseppe Lo Bianco Parla Filippo Graviano, boss stragista del ‘93 indicato dai pentiti come uno dei protagonisti della trattativa tra Cosa Nostra e il nuovo partito in via di costituzione, Forza Italia. Dice di avere fatto in carcere una “scelta di legalità”, anche se continua a negare ogni coinvolgimento nelle stragi. E arriva il giorno di Gaspare Spatuzza: sarà sentito in aula a Torino, il 4 dicembre prossimo, dai giudici di appello che stanno processando Marcello Dell’Utri, condannato in primo grado a nove anni per concorso in associazione mafiosa. Dalle carte trasmesse a Palermo dalla procura di Firenze emerge più chiaramente il contesto delle accuse che lambiscono Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, che avrebbero costituito, secondo le nuove rivelazioni di Spatuzza, le coperture politiche chieste ed ottenute dai fratelli Graviano all’inizio del 1994, quando progettarono l’attentato al pullman dei carabinieri parcheggiato nei pressi dello stadio Olimpico. Un attentato, lascia intendere oggi Spatuzza riferendo le parole di Giuseppe Graviano, che avrebbe ottenuto un autorevole avallo da quelle forze che si stavano apprestando ad entrare in politica. Si tratta di due faldoni con oltre 500 pagine depositati ieri nel processo dell’Utri sui quali si è concentrata l’attenzione investigativa della direzione distrettuale antimafia di Palermo, che ieri, sempre nell’ambito della trattativa mafia-Stato ha interrogato nuovamente Massimo Ciancimino, che, nei giorni scorsi, aveva annunciato il possesso di alcuni nastri registrati con le conversazioni del padre con gli ufficiali del Ros nel corso dei colloqui nella sua casa di piazza di Spagna, a Roma. Ma è su Filippo Graviano, e sulla sua insolita “apertura alla legalità” che si è concentrata l’attenzione dei magistrati antimafia. Il boss dice di avere compiuto in carcere questa scelta, si è iscritto alla Bocconi di Milano e ha già dato dieci esami, nel suo futuro di ergastolano c'è adesso l’obbiettivo di rafforzare la sua cultura, ma nelle stragi, “mi dispiace deludervi, ma non ho avuto alcun ruolo”. In carcere, nel 2004, aveva detto a Gaspare Spatuzza, allora suo fedelissimo, oggi pentito, che “se non arriva niente da dove deve arrivare è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati”. E Graviano davanti ai magistrati di Firenze che lo hanno interrogato nei giorni scorsi non si è tirato indietro, aprendo un minuscolo varco impensabile, fino ad ora, per un capomafia del suo calibro e annunciando una decisione inedita che lascia aperti tutti gli interrogativi su una sua futura collaborazione: In che cosa si concretizzi la scelta di legalità, ancora non si sa, visto che il capomafia subito dopo ha negato di avere commesso qualsiasi reato. E messo a confronto con Spatuzza, non lo ha trattato da infame perchè pentito, ma ha addirittura tracciato un parallelo tra le loro due decisioni: “tu hai compiuto una scelta religiosa – ha detto Graviano, alludendo alle lettere inviate da Spatuzza ad un vescovo - io arricchisco la mia cultura”. Diverso, infine, l’atteggiamento del fratello Giuseppe, che, messo a confronto anch’egli con Spatuzza, non lo ha neppure preso in considerazione. Nell’udienza di ieri, infine, il pg Nino Gatto ha chiesto alla corte di sentire Salvatore Grigoli, che in un verbale depositato agli atti del processo ha detto che le stragi di mafia del ‘92 e del ‘93 erano state fatte “per costringere lo Stato a scendere a patti”. E sul senatore imputato ha detto : “Mangano (Nino, ndr) mi disse che i Graviano avevano un canale diretto con Dell’Utri. In effetti ricordo che all’epoca vi fu la vicenda del movimento politico che volevamo costituire, denominato Sicilia Libera. La questione di Sicilia Libera, a un certo punto, non fu più portata avanti perchè noi tutti fummo orientati verso il nascente movimento Forza Italia”. E conclude: “Dopo le elezioni tutti confidavamo in Berlusconi e si diceva che solo lui ci poteva salvare.” da Il Fatto Quotidiano del 21 novembre 2009
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Le avete rubato i sogni (ven, 20 nov 2009)
Poco più di un anno fa, quando facevo ancora il procuratore della Repubblica, è arrivata nel mio ufficio una ragazzina. Faceva il IV anno di Giurisprudenza e mi ha spiegato che voleva scrivere una tesi sulla lentezza dei processi penali in Italia (cause e possibili soluzioni); e che cercava informazioni sul campo, intervistando magistrati e avvocati. Io l’ho guardata un po’ meglio e ho capito che tutto era meno che una ragazzina. Poi ha tirato fuori un registratore e abbiamo parlato per non so quanto tempo; era così acuta e determinata, così pronta a identificare l’essenziale di ogni problema, che le ore sono volate. E’ andata via ringraziandomi garbatamente. Un anno dopo mi è arrivato un grazioso bigliettino (da ragazzina) su cui era scritto “è solo una tesi …” e una pen drive che la conteneva. Sì, era solo una tesi; molto ben scritta e drammaticamente accurata. Poi l’ho dimenticata: quello che lei aveva scritto lo conoscevo fin troppo bene; e ciò che mi divideva da lei era la meditata sfiducia nelle “possibili soluzioni”, tanto più “impossibili” quanto semplici ed efficaci. Qualche giorno fa la ragazzina mi ha mandato una e-mail: “Si ricorda ancora di me?”, era l’oggetto. Mi ha raccontato che fa la cameriera in un paese straniero dove cerca di “imparare una lingua che a scuola non ho mai studiato” e dove frequenta un master in materie che “non hanno nulla a che fare con i miei sogni di bambina”. Io lo sapevo quali erano i suoi sogni: voleva fare il magistrato. Mi aveva detto, mentre discutevamo della sua tesi, che voleva servire il suo paese. Adesso, mi ha scritto, non sogna più; adesso ha capito che “non potevo sprecare la mia vita per salvare un paese che non vuole salvare se stesso. Che non avrei potuto passare la vita ad applicare leggi espressione di un Parlamento che non mi rappresenta: che dei delinquenti potessero promulgare leggi che facciano in modo che la giustizia funzioni sarebbe stata un’illusione alla quale nemmeno la grande sognatrice che ero poteva credere”. Così, ha scritto, ha deciso di “scendere”; e se ne è andata. Adesso studia e lavora in un altro paese, lontana dai suoi affetti e dai suoi luoghi. E’ – così si è definita – “una piccola fuoriuscita” che ogni giorno legge, con altri come lei, il Fatto, ingoiando una rabbia che l’essere scesa dalla giostra non ammorbidisce. “Poi – mi ha scritto – ci sono giorni come oggi, quando il professore ti prende in disparte e ti chiede: ‘What the hell is happening in Italy?’. Questi sono i giorni in cui non mi importa di essere una straniera che fa fatica a trovare il suo posto nel mondo, tutto quello che so èche sono felice di essere scesa”. Adesso non credo che io e molti altri come me potremo dimenticarla; non lei e nemmeno i “piccoli fuoriusciti” suoi amici. E ora che ho finito di raccontare di Paola, vi chiedo: vi rendete conto di cosa avete fatto a una ragazzina? da Il Fatto Quotidiano del 20 novembre 2009 Link al blog dell'autore www.togherotte.it
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Stracquadanio, il fedelissimo del premier che ha lanciato il Sì-B-Day (ven, 20 nov 2009)
Éil più appassionato pasdaran berlusconiano, il difensore spericolato del premier, l’animatore de Il Predellino. L’intervista a Giorgio Stracquadanio è una sfida impossibile: arduo strappargli mezza parola di critica sul premier. Quando gli comunico che Manolo Fucecchi lo ha disegnato come un crociato azzurro Stracqudanio sorride raggiante: “É una immagine perfetta”. Onorevole Stracquadanio, in Forza Italia non si ricordano dissidenti. Per fortuna. Un partito dev’essere monolitico per definizione. Se uno non è d’accordo con Berlusconi se ne va. É un invito ai finiani? No. Ma abbiamo delle oggettive difficoltà nella fusione fra un partito carismatico come il nostro e un partito democraticistico come il loro. “Democraticistico” è un suffisso negativo. (sorriso) È la parola giusta. Lei ha lanciato il Sì-B-day, ma nessuno l’ha seguita. E chi l’ha detto? Stiamo raccogliendo adesioni, saremo in piazza. Se sarete di meno sarà uno smacco per il premier. Saremo uno di più, spero. In ogni caso i numeri non contano: piazze piene, urne vuote, ricorda? Ma allora perchè lo fa? Stiamo fronteggiando un attacco mediatico a Berlusconi. Solo un avvertimento della polizia può impedire di esserci. Il sito del predellino è una provocazione dadaista... É la celebrazione di un momento fantastico nella storia del berlusconismo. Il nemico è Fini o Bersani? Nessuno dei due. Ma Fini è un competitor. E il processo breve cos’è? Un tentativo di attuare l’articolo 111 della Costituzione. Caspita. Mandando all’aria trecentomila processi per salvarne uno? Lei sa che ci sono tre milioni di processi e in uno su otto il magistrato non fa la trafila burocratica? Sono una Ultra-Casta. Anche i politici, allora. Una Casta più debole. Sa quanto turn over c’è in parlamento? Perchè purtroppo i deputati sono scelti dai leader. Sacrosanto. Non è giusto che gli elettori scelgano gli eletti? Certo che no. Si illudono che le persone contino qualcosa. E chi conta invece? Si sceglie un partito, non un nome. Tant’è vero che la linea in Parlamento la fanno i partiti e i leader. Noi ci arrabbiamo quando vediamo leader del Pdl negare che le leggi sulla giustizia siano ad personam. Fanno male a negare. Va detto in modo chiaro: noi siamo a favore delle leggi ad personam. Dice sul serio o scherza? Sono serissimo. Non servono a difendere il cittadino Berlusconi, ma il suo ruolo politico, scelto dagli elettori. Allora se un camorrista fosse eletto andrebbe preservato il suo ruolo politico? Se è condannato per camorra non può candidarsi. Se non è condannato non si può dargli del camorrista. E se sei collaboratori di giustizia dicono che collabora con la camorra, come nel caso Cosentino? Deve restare al governo. Altrimenti i giudici fanno e disfano i governi come gli pare. Scusi, deve restare anche se c’è una richiesta di arresto? Quella per Cosentino è del 28 febbraio, ma arriva in Parlamento a novembre. Perchè, se fosse arrivata prima lei l’avrebbe votata? No. Sempre contro. Ma sarebbe stata meno sospetta. Berlusconi cosa pensa della linea dura del Predellino? Non mi ha mai rimproverato. Ne sono lieto Le corna furono una gaffe? Le gaffe di Berlusconi sono straordinari momenti di comunicazione. Anche la mitragliatrice alla giornalista russa? Era uno scherzo. E la festa di Noemi? Sono cavoli suoi Nessun errore? L’hanno consigliato male quelli che aveva intorno. Doveva dire subito: “La conosco”. Quando ha spiegato che non è un santo la gente ha capito”. La turbano le “letteronze” in lista? Le ragazze che sono qui a Montecitorio sono tutte bravissime. A proposito: sa in che convento è Marrazzo? Lei lo sa? Quello dei chiappuccini. E l’editto bulgaro contro Biagi, Luttazzi e Santoro? Non l’ho condiviso. La lista doveva essere più lunga. Ma lei non si dichiara garantista e liberale? Ci hanno fatto campagna contro in tv. Erano stati scorretti. É giusto occupare la Rai? L’unico problema di Minzolini è che dovrebbe dire più esplicitamente che Raiuno sta con il governo. Questa non è occupazione? No, è chiarezza. Meno ipocrisie, meno equivoci. E poi, purtroppo c’è sempre Fritella. Che cos’ha contro il collega Fritella? Tutti sanno che è prodiano. Minzolini fa un editoriale al mese, Fritella apre la politica tutti i giorni. Fa più opinione lui, purtroppo. Santoro ha problemi ogni puntata. A me pare che vada sempre in onda, ogni settimana. Non le piace, dica la verità. Al contrario. Ma se mi invitasse mi piacerebbe di più. Berlusconi ha criticato anche Napolitano. Sbaglia. Come ha scritto Travaglio, Napolitano voleva il lodo, per disinnescare una guerra civile e la Corte Costituzionale lo ha prevaricato”. Quanto soffre quando legge il Fatto? Nemmeno un po’. É fatto benissimo. Ovvio: è così antiberlusconiano che non condivido nemmeno la gerenza. Siamo antiberlusconiani e siamo fatti benissimo? Rappresentate perfettamente un target. Per fortuna è un target minoritario. da Il Fatto Quotidiano del 20 novembre 2009
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Riaperta d’urgenza la Repubblica di Salò (gio, 19 nov 2009)
Ieri il piccolo duce ha smentito di aver mai pensato alle elezioni. Dunque, vista la sua innata sincerità, ci sta pensando seriamente. Per ora manda avanti l’apposito Schifani, ventriloquo da riporto, per vedere l’effetto che fa. Perché lo faccia, è lampante: come nel 1992 il crollo della Prima Repubblica ne scoperchiò la scatola nera sversando i liquami di Tangentopoli e Mafiopoli, così ora salta il tappo della cloaca politico-affaristico-mafiosa denominata Seconda Repubblica. Le tubature non tengono più, i miasmi si spandono dappertutto. E non passa giorno senza che questa o quella procura s’imbatta, anche involontariamente, in un condotto della Fogna delle Libertà. In Campania l’arresto di Cosentino & C. A Palermo Spatuzza, Grigoli e Ciancimino jr. parlano di Dell’Utri e Berlusconi ai tempi delle stragi e delle trattative. In Puglia c’è Giampi col suo harem di escort bipartisan. A Milano mister Grossi, re delle cosiddette “bonifiche ambientali”, è in carcere con la moglie del vicecoordinatore nazionale del Pdl Abelli, e dietro la porta gli amici Formigoni, Lupi, Gelmini e Berlusconi tremano all’idea che qualcuno parli. Intanto saltan fuori gli altarini della Arner, la banca svizzera usata da noti mafiosi per riciclare soldi sporchi (indovinate di chi è il conto corrente numero 1). Non c’è “dialogo”, riforma della giustizia, processo breve o morto, prescrizione-lampo che sia in grado di fermare l’onda nera. Il dialogo fa le pentole, ma non i coperchi. E non c’è coperchio che possa richiudere il pentolone. Qualcuno a questo punto obietterà che, al ducetto, le elezioni servirebbero a poco: guadagnerebbe un po’ di tempo e, casomai le rivincesse lui, si libererebbe pure di Fini, ennesimo nemico interno dopo il Bossi modello-base, Follini, Casini e Veronica. Peccato che Fini oggi sia popolare almeno quanto lui (infatti i sondaggi sono miracolosamente scomparsi dagli house organ, che fino a due mesi fa ce ne rifilavano tre al giorno). Ma non c’è più nulla di razionale nel disperato agitarsi di questo pover’ometto in perenne fuga dal suo passato. Come Hitler nel bunker e Mussolini a Salò, il ducetto è solo, assediato dai suoi incubi e circondato di servi sciocchi (quelli furbi sono in fuga da un pezzo). Una Salò all’amatriciana, anzi alla puttanesca: al posto dei giovanottoni sadomaso di Pasolini, le girls di Tarantini. Roberto Feltrinacci incita alla pugna finale ripetendo a pappagallo la pietosa bugia: “Il popolo è con Te, o Duce, dall’Alpi al Lilibeo, ma non osa manifestarlo e ti adora in silenzio”. Il feldmaresciallo Alfred Sallusting, cranio lucido e pallore nibelungico, stretto nel suo impermeabile di pelle nera esorta all’estrema resistenza, armi in pugno e baionetta fra i denti. Il principe grigio Junio Valerio Belpietro, pancia in dentro e mento in fuori, invoca lo spirito sansepolcrista e la fucilazione di Galeazzo Fini e degli altri traditori a Verona. Nicola Bombaccicchitto, l’ex socialista passato a destra, lancia il cappuccio oltre l’ostacolo, ma alla fine cade in disgrazia, sospettato di collusioni con la massoneria per via della sua collezione di grembiulini e compassi. Augusto Pavonzolini, dal palazzo dell’Eiar, distrae le masse con culi, tette e balle a volontà. Lo aiuta il figlio segreto del Duce, tale Bruno, che è tutto suo padre e, mentre l’impero crolla, parla a “Lupa a Lupa” delle orecchie dei cani. Claretta Bondi, vinta la concorrenza di Angelica Carfagnanoff, lacrima e si dispera giorno e notte, pronta a tutto pur di fare da scudo all’Amato, anche a intercettare col suo corpo le raffiche partigiane. Intanto il dottor morte Niccolò Ghedini, curvo nel laboratorio dell’impunità su provette, serpentine e alambicchi fumanti, prova e riprova la formula dell’arma segreta, che non arriva mai e, quando arriva, non funziona. Disperso, al momento, il camerata Capezzone. Ma niente paura: non lo cerca nessuno. da Il Fatto Quotidiano del 19 novembre 2009
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“Io, Montanelli e la battaglia per il suicidio assistito” (gio, 19 nov 2009)
di Alessandro Ancarani Emilio Coveri combatte per una guerra che il suo amico Indro Montanelli definì «impossibile da vincere. Non ce la faremo mai in questo Paese codardo e ipocrita. Ma è una guerra che qualcuno doveva pur cominciare». Coveri, a capo dell’associazione Exit Italia, si batte da anni perché anche nel nostro Paese venga permessa «l’interruzione volontaria della propria sopravvivenza in condizioni fisiche terminali». Questo il titolo del progetto di legge che più volte ha tentato di proporre al nostro Parlamento. Ma la politica sembra ricordarsi del cosiddetto fine vita solo quando si trova di fronte all’Eluana di turno. Salvo poi far ripiombare tutto nel dimenticatoio. «Sono un amico di Beppino Englaro da tanti anni - spiega Coveri - e so quanto è stato costretto a soffrire solo perché mancava un foglio con sopra scritte le volontà della figlia: ho visto la gente sotto la clinica agitare bottigliette d’acqua gridandogli ‘Boia, fai morire tua figlia di sete’. È stata una vergogna. Beppino aveva invitato Napolitano e Berlusconi a venire di persona per rendersi davvero conto di chi fosse Eluana, nessuno dei due ha accettato». Nel 1997 l’Italia è stata uno dei firmatari della Convenzione di Oviedo che contiene norme fondamentali, come il riconoscimento del testamento biologico, il no all'accanimento terapeutico e la regolamentazione del consenso informato. Sono trascorsi 11 anni ma nessuno ha mai emanato i decreti attuativi per recepire i nuovi canoni su questioni tanto delicate. Per questo Coveri a combattere la sua guerra sui due versanti delle Alpi: a sud tentando di animare un dibattito sui temi etici narcotizzato ad arte; a nord aiutando tanti italiani a mettersi in contatto con le cliniche svizzere in cui il suicidio assistito è consentito dal 1942. Molti italiani avvertono la necessità di porre fine alla propria vita quando non hanno altre aspettative se non quelle di soffrire inchiodati a un letto. Coveri riceve telefonate quotidianamente da ogni parte d’Italia, circa 40 alla settimana. «A tutti dico un’unica cosa: non dovete perdere tempo. Per compiere il percorso che ha scelto, il malato terminale deve essere lucido e in grado di somministrarsi da solo il farmaco». Se manca una delle due condizioni tutto si blocca, gli svizzeri sono inflessibili. L’iter precedente il suicidio assistito è interamente proteso a far desistere il paziente dalle proprie intenzioni. «Il protocollo svizzero è molto rigido – continua Coveri – Anzitutto una commissione medica ministeriale accerta tramite le cartelle cliniche se esistano le effettive condizioni di malattia terminale. Tanti malati di mente chiedono di poter morire, ma le patologie mentali, anche giudicate incurabili, non vengono comprese». Una volta avuto il via libera dalla commissione medica, il malato sceglie la data e quindi si reca in clinica. «Il medico per legge deve chiedere reiteratamente di desistere. E non lo fa con formule di circostanza, ma con appelli accorati. Il 30% dei pazienti desiste o decide di rimandare, l’altro 70% invece assume due pillole antiemetiche. Trascorrono altri dieci minuti mentre il medico avverte ancora: se cambi idea adesso sei ancora in tempo, ma dopo che avrai bevuto il medicinale non potrò più fare niente per te». Il pentobarbital viene preparato in un bicchiere e va bevuto. Entro un minuto e mezzo la persona cade in un sonno profondo. Qualche minuto più tardi insorge l’arresto cardiaco. Il suicidio assistito si differenzia dall’eutanasia perché in nessun caso a dare la morte può essere un soggetto diverso da colui che muore: se non si è in grado di bere da soli nessuno può fornire un aiuto, se non incorrendo nelle pene della dura legge svizzera. Dura è anche la legislazione nostrana che, non potendo impedire a chi vuol morire di recarsi in Svizzera, minaccia coloro che accompagnano il parente verso il fine vita. Il rischio è quello di essere accusati di concorso in omicidio volontario una volta rientrati a casa. Coveri guarda all’Italia: “Quella che si sta per approvare è solo una legge anti-Eluana. C’è chi pensa che la vita è sacra, io penso che la vita è mia. Dunque se credo non abbia senso soffrire oltre misura senza nessuna possibilità di guarigione, devo poter porre fine a quella che non è più un’esistenza dignitosa”. da Il Fatto Quotidiano del 19 novembre 2009
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Lo Struzzo Caimano (mer, 18 nov 2009)
Brutta bestia, l’invidia. E anche la cattiva coscienza. Il mese scorso Francesco Piccolo, bravo scrittore e sceneggiatore nonché autore Einaudi, stroncava sull’Unità il Quaderno di José Saramago, rifiutato dalla mondadoriana Einaudi perché parla male di Berlusconi e pubblicato da Bollati Boringhieri (gruppo Garzanti). Ora, a stroncare Saramago provvede sul Sole 24 Ore un altro autore Einaudi, lo storico torinese Sergio Luzzatto. A suo dire, quella dell’Einaudi contro Saramago non è stata censura, anzi: “C’è piuttosto da chiedersi se non abbia ecceduto in coraggio la Bollati Boringhieri, pubblicando un volume tanto superficiale e tanto ovvio. Una collezione di luoghi comuni gauchistes in forma di blog, non soltanto su Berlusconi ‘capo mafia’, ma su George W. Bush ‘bugiardo emerito’, sulla ‘povera Francia’ nelle mani del ‘signor Sarkozy’, sulla ‘rivoluzione morale’ necessaria a Israele, sulle ‘vaticanate’ di Papa Ratzinger e la Chiesa cattolica come il Titanic, su Roberto Saviano ‘maestro di vita’, sullo ‘tsunami benevolo’ di Obama eccetera”. Purtroppo, incuranti degli sconsigli per gli acquisti di Piccolo e Luzzatto, i lettori continuano ad acquistare in massa il Quaderno di Saramago, che da due mesi troneggia in vetta alle classifiche dei libri più venduti. E forse è proprio questo il problema dei suoi detrattori einaudiani in conflitto d’interessi. Luzzatto non spiega perché mai Saramago, premio Nobel per la Letteratura 1998, non abbia il diritto di scrivere dove gli pare quel che pensa di Berlusconi, Sarkozy, Bush jr, Saviano, Ratzinger e Obama. Spiega invece che i suoi pensieri non vanno pubblicati. Dunque bene ha fatto l’Einaudi a rifiutare il libro a uno dei suoi autori più noti e apprezzati. La censura non c’entra, per carità, e nemmeno il desiderio di compiacere a padron Silvio. E’ che “gli ottantasette anni di Saramago sono troppi per un blogger”. Ecco finalmente spiegato il gran rifiuto dello Struzzo incrociato col Caimano: avendo 87 anni, Saramago è rincoglionito. Pubblicare ancora i suoi scritti è “eccesso di coraggio”. E il coraggio, come insegna don Abbondio, “se uno non ce l’ha, non se lo può dare”. Resta da capire come mai gli editori tedesco e spagnolo di Saramago, Rowohlt e Alfaguara, abbiano pubblicato il Quaderno senza tante storie: forse non prevedevano che il Luzzatto non avrebbe gradito. La prossima volta, prima di osare tanto, sarà il caso che lo interpellino: “Scusi, dottor Luzzatto, lei avrebbe qualcosa in contrario se noi pubblicassimo un premio Nobel?”. Prima di Saramago, Einaudi aveva già rifiutato le Poesie politiche postume di Giovanni Raboni (che non era soltanto anziano: era addirittura morto), il Duca di Mantova di Franco Cordelli (poi uscito da Rizzoli) e Il corpo del Capo di Marco Belpoliti (poi pubblicato da Guanda). Belpoliti, per la verità, ha appena 55 anni e Cordelli 66, ma lo Struzzo ha fatto lo struzzo pure con loro: forse perché anche i loro libri criticavano Berlusconi. O forse si tratta soltanto di coincidenze. Chissà che cosa scriverà lo storico Sergio Luzzatto quando farà la storia dell’Italia di questi anni, alla voce “censura”. Chissà se parlerà dei tanti intellettuali servili e frustrati che fingevano di non vederla, la chiamavano con un altro nome e, in pieno conflitto d’interessi, difendevano il loro editore-premier dipingendolo come un campione di tolleranza e liberalismo. Non c’è soltanto Luzzatto. Impossibile dimenticare il dalemiano Andrea Romano, allora editor della saggistica einaudiana, che il 1° maggio 2006, in pieno caso Raboni, dichiarò al Corriere: “L’Einaudi è molto più a sinistra di me, che provengo dalla Fondazione ItalianiEuropei di Amato e D’Alema. Anzi, è più a sinistra di buona parte della sinistra. Conta la cultura manageriale della Mondadori: ma direi che il Caimano, se avesse agito diversamente, sarebbe stato autolesionista”. Oggi Romano, dopo due anni di Riformista, cioè di clandestinità, è approdato al Sole 24 Ore. Due anni fa il Corriere sentì anche Luzzatto. Il quale giurò che l’Einaudi era un paradiso di libertà, anzi un covo di antiberlusconiani: “C’è un pregiudizio ideologico di un sistema culturale contro la Einaudi. Lo Struzzo non ha mai rinunciato a fare un discorso culturale antiberlusconiano, indipendentemente dalla proprietà”. Mai avuto problemi?, gli domandò l’intervistatore. E Luzzatto, restando serio: “No, salvo un caso: per l’uscita de La crisi dell’antifascismo, scritto senza che nessuno storcesse il naso, mi hanno chiesto di non menzionare l’affiliazione di Berlusconi alla P2, con tanto del suo numero di tessera”. Ecco, se parli del sole e della pioggia, nessun problema. Se citi Berlusconi e la P2, te li fanno togliere. Ma non sono censori. Sono diversamente liberali. da Il Fatto Quotidiano del 18 novembre 2009
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Le "piccole" storie raccontano l'Italia (mer, 18 nov 2009)
La prima fitta l’ho provata nel gennaio 2008: il “giallo” dei semafori photored sulle foto e le multe ai semafori dilagato in tutta Italia. Ma non me ne ero occupato nel 2004 con una campagna informativa durata settimane? La seconda è del giugno successivo: lo scandalo della Santa Rita, ”la clinica degli orrori”. Questo nome non mi era nuovo… Già nello stesso 2004 l’avevo trattata alla radio nell’ultima stagione prima della censura totale Rai. La terza nel settembre scorso, quando in un convegno a Castrolibero (Cosenza) davanti a Loiero e company si alza un amministratore locale e dice all’incirca indicandomi “devo ringraziare Beha che alcuni anni fa cominciò a parlare alla radio delle navi dei veleni”. La quarta fitta è di queste settimane in cui il Virus A H1N1 miete vittime, panico, titoli e trasmissioni televisive: nel 2001 tentai una ripetuta rassegna di informazione sui vaccini in generale, e la comunicazione su di essi in particolare, a Radio a colori. La quinta… Potrei continuare, naturalmente. Fino alla vicenda segnalatami via Internet ieri mentre scrivevo questo articolo: “…a Niscemi, in provincia di Caltanissetta nella contrada Ulmo, un’area boschiva sottoposta a vincolo S.I.C. (Sito d’interesse comunitario), ad appena tre chilometri dal centro abitato si vuole costruire un’antenna MUOS (Mobile User Obiect System) ad altissime frequenze UHF (parte del sistema militare statunitense di comunicazioni satellitari). L’antenna dovrebbe essere attivata nel 2011. Una volta messa in funzione, produrrà onde elettromagnetiche con effetti devastanti per la salute: rischi di tumore, leucemie, malformazioni genetiche, anche a distanza di decenni. Nello stesso sito esistono già dal 1991 oltre 40 (quaranta!) trasmettitori a sistema elicoidale UHF di varia grandezza e potenza…”. Tante storie, troppe storie che non vengono raccontate, la realtà italiana che invece dovrebbe essere indagata, verificata, discussa e tradotta in modo comprensibile per un’opinione pubblica ormai quasi completamente imbalsamata cui è stato fatto credere che le storie non contino. Non conti la storia del piccolo Daniele, anche se appassiona tutti gli italiani di buona volontà, che siano genitori oppure no, non contino la sfilza di vicende che ho appena accennato e che hanno riempito dodici anni della mia attività professionale quotidiana alla radio. Da quando nel 1992 mi ritrovai a fare indagini su un cerotto ritrovato nel pane da un ascoltatore – un’inezia che permetteva però di discutere della panificazione in questo paese –, per finire con campagne che negli ultimi anni, fino alla chiusura-clausura-censura del 2004 hanno costretto Tronchetti Provera a presentarsi in Senato per rendere conto dello “scandalo 709”, “Trojan Horse” e varia disumanità telefonica. Ma le fitte cui mi riferivo non riguardano soltanto il mio dispiacere per non poter essere più utile in quel modo. Succede… Per esempio confido molto in questo giornale e nella sua sensibilità e capacità del tutto “politiche” nel senso migliore, etimologico del termine, di riannodare la realtà dal basso, appunto a partire da “queste storie”. Come si dice, non c’è solo Zorro… Le fitte sono piuttosto i sintomi di disagio nell’aver seguito in questi anni il precipizio di un’informazione che sembrava aver rovesciato la piramide. Per terra, a stretto contatto dei media meglio se offerta in pasto come bocconcini succulenti e pepati, spessissimo finti, la cuspide della politica, dell’economia, della finanza, di un vippume da pescheria ma senza il pesce fresco. Il tutto quasi sempre irrelato dalle storie, lasciate invece in alto, praticamente invisibili e comunque sospese, quasi che le storie, i fatti, le vicende fossero un fastidio insopportabile per i gestori del paese. L’importante era non parlarne, non dare troppo spazio, troppa evidenza, troppa comprensibilità al quotidiano, alla vita della vita se mi si passa questo slogan, ossia esattamente il contrario di ciò che sarebbe alla base di un’informazione degna di questo nome. Certo, Cogne ed Erba si vendono bene, meglio di un’informazione preventiva sulle antenne di Niscemi, ma Cogne ed Erba sono assurti a simbolo dell’unica cronaca possibile o quasi, quella appetibile una volta “cinematografica” e oggi squallidamente “televisiva”. I morti sul lavoro per esempio non sono televisivi e costituiscono un impiccio, una chiamata di correo o almeno di responsabilità su un piano pragmatico che non si vuole di solito affrontare. Meglio una tabella di vittime da aggiornare. E, invece, modi per parlarne ce ne sono, se solo si vuole. Certo, non è possibile per tutto ciò fissare un colpevole a priori. E’ impensabile partire con il pregiudizio che “sia tutta colpa di Berlusconi” anche quando, magari stranamente, non c’entra. La realtà delle storie se ne fotte della politica e arriva a colorarsi di politica solo nelle sue interpretazioni. Ma il punto è che oggi sul tavolo dell’informazione ci sono rimaste quasi soltanto le interpretazioni. Nelle mie trasmissioni radiofoniche per tutti questi anni ho privilegiato segnalazioni dal basso, indagini giornalistiche preventive, chiamate di responsabilità presunta senza guardare in faccia nessuno, né governo né opposizione né amministratori locali di qualunque parrocchia. La diretta si incaricava di mostrare delle parti come in un teatro radiofonico, dal suddito-cittadino in balìa dei soprusi all’eventuale identificazione del responsabile. Una drammaturgia semplice: chi ti raccontava la sua storia cercando giustizia o almeno informazione pubblica su qualche “delitto”, chi veniva chiamato direttamente in causa, la mediazione giornalistica della radio, di una redazione che non parteggiava per nessuno, di un conduttore che si assumeva tutti gli oneri del maggior equilibrio possibile. Intanto, “fuori”, montava l’onda del cicisbeo subpolitico, della recita di attori spesso neppure protagonisti della politica politicante avulsi dalla platea, di un teatro che rischiava sempre di più di andare a fuoco. A proposito, mi sono occupato anche del Petruzzelli di Bari… L’ultima fitta, la più intensa, è per i destinatari di questo tipo di lavoro, gli ascoltatori-telespettatori-lettori che cominciano a pensare che con questa politica e con questa informazione non ci sia più niente da fare e tanto vale fregarsene nella rassegnazione complice. Sbagliano, forse la teoria si è ormai definitivamente impantanata, ma le storie sono capaci per loro vigore intrinseco di uscir fuori dalla melma. Basta prestare loro attenzione “pulita”, non tarata pregiudizialmente dall’uso che se ne intende fare speculandoci sopra. da Il Fatto Quotidiano del 18 novembre 2009
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Pedinamento del giudice, Brachino sotto inchiesta (mer, 18 nov 2009)
Il pedinamento in video del giudice Raimondo Mesiano ha fatto battere un colpo finalmente all’ordine dei giornalisti. Almeno a quello della Lombardia. Ha aperto un procedimento disciplinare nei confronti di Claudio Brachino, direttore di Videonews, (testata di Canale 5), e conduttore di Mattino 5. Il giornalista è stato messo sotto accusa per il servizio sul giudice di Milano, trasmesso il 14 ottobre e definito dalla federazione nazionale della stampa un “pestaggio mediatico”. Il Fatto ha letto quello che si chiama capo d’incolpazione, con il quale si contesta a Brachino di “essersi reso responsabile di fatti non conformi al decoro e alla dignità professionali” e di aver rotto la doverosa fiducia tra giornalisti e telespettatori, amplificando una notizia che non era tale. Avrebbe così violato l’articolo 137 della legge sulla privacy e l’articolo 6 del codice deontologico dei giornalisti. Per capire meglio di cosa dovrà rispondere Brachino, riassumiamo il contenuto del servizio. Si vede Mesiano che fuma davanti al negozio di un barbiere, fuori campo la giornalista ( precaria con contratto in scadenza), commenta: il giudice è nervoso e “va avanti e indietro, avanti e indietro”. Poi, cambio di scena, Mesiano è seduto su una panchina di un parco, la cronista deride i calzini turchesi. Secondo l’Ordine quel filmato non poteva e non doveva andare in onda perché nulla di quanto trasmesso ha a che vedere con la funzione pubblica di Mesiano, ovvero quella di giudice. Cosa diversa sarebbe stata se Mesiano fosse stato ripreso, per mera ipotesi, mentre brindava alla condanna di un suo imputato, in quel caso sarebbe stato diritto di cronaca. Invece sono stati documentati atteggiamenti di vita del magistrato che attengono strettamente alla sua vita privata. Inoltre per l’Ordine della Lombardia è ancora più grave che il servizio sia andato in onda su una televisione di Berlusconi, proprietario della Fininvest, cioè dell’azienda che in base alla sentenza di Mesiano deve pagare 750 milioni di euro alla Cir di De Benedetti, come risarcimento per la perdita della Mondadori. Nel capo di incolpazione si legge che il servizio aveva come finalità quella di “screditare la reputazione” di Mesiano e “delegittimare”, davanti ai telespettatori, il giudice che “aveva in precedenza emanato (la sentenza, ndr) e che aveva visto soccombente la società Fininvest, persona giuridica cui è riconducibile la rete televisiva per la quale Brachino lavora”. Intorno a metà dicembre il direttore di Videonews dovrà presentarsi a Milano davanti ai nove consiglieri dell’Ordine. Già alla fine di quella audizione potrebbe esserci la decisione. In caso di condanna le sanzioni previste sono avvertimento, censura, sospensione, (da due mesi a un anno), o radiazione dall’albo. da Il Fatto Quotidiano del 18 novembre 2009 Link 16 ottobre 2009 Caccia al giudice Mesiano -MATTINO 5 (VIDEO) Siamo tutti Raimondo Mesiano (FOTO)
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Padellaro_direttore

antefatto

Ultima chiamata (lun, 26 ott 2009)
Vorrei mettermi dalla parte di quei tre milioni di persone che domenica, molti pazientemente in fila per ore, hanno partecipato alle primarie del Pd, dandogli un'altra occasione (forse l'ultima) per cominciare a essere il partito che aveva promesso di essere. Ricordiamo tutti il discorso del Lingotto di Walter Veltroni, quando sembrava che stesse nascendo una grande forza politica in grado di imprimere a questo paese il famoso cambiamento. Cambiamento soprattutto, nel linguaggio della politica che consiste nel parlare con la gente facendosi capire dalla gente. Nei due anni successivi questo linguggio invece di sciogliersi in qualcosa di trasparente e di comprensibile si è aggrovigliato vieppiù fino all'incomunicabilità assoluta. Non abbiamo capito perché la nascita del Pd invece di rafforzare il governo Prodi non fece nulla per impedire la caduta dell'ultimo baluardo al nuovo dilagare del berlusconismo. Non abbiamo capito perchè il Pd di Veltroni affermò la sua vocazione maggioritaria isolandosi dal resto delle forze di centrosinistra e di sinistra. Dopodiché riuscì sì a raggiungere quel 33 e rotti per cento di voti che costituì un buon risultato in sè ma lontano ben 12 punti dalla maggioranza per cui quello stesso Pd aveva manifestato la propria 'vocazione'. Non abbiamo capito le vere ragioni che hanno spinto Veltroni a lasciare baracca e burattini da un giorno all'altro. E abbiamo rinunciato a capire cosa è successo dopo nel partito nato con tante sparanze e che ha rischiato di perdersi nelle risse interne e nella disillusione. Adesso il Pd ha di nuovo un popolo e ha di nuovo un leader, Bersani. A cui si chiede non solo di costruire l'alternativa ma anche di dare ascolto a quei tre milioni di brave persone non abbandonandole al loro destino e alla loro solitudine come troppe volte è accaduto in passato. Bersani ha ragione: domenica è stato un bel giorno per la democrazia. Che ne seguano altri. Noi del Fatto staremo bene attenti affinché questa speranza non vada delusa.  Video: Le primarie del 25 ottobre Video a cura di Paolo Dimalio e Irene Buscemi Link: Vai al canale Youtube di Antefatto Blog
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Oliviero Beha

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Riflessi di Trenitalia (sul resto d’Italia) (lun, 21 set 2009)
Si chiama Riflessi il mensile patinato di Trenitalia. Suggerisco loro per il prossimo numero un tema squisitamente ferroviario e ferroviariamente squisito. Oggi un biglietto per un Eurostar da Roma a Napoli costa 45 euro (quarantacinque) in prima classe e 32 (trentadue) in seconda. Ci mette un’ora e trequarti perché è di penultima generazione, quindi scade un po’ in confronto all’Alta Velocità del Freccia rossa. Nel frattempo tutto il resto della rete ferroviaria lascia eufemisticamente a desiderare (cfr.il pendolariato dolente e gli intercity sporchi e antidiluviani). Per 45 euro (la seconda classe era strapiena come un carro bestiame) non hai né un giornale né una bibita, se non a pagamento. Nella toilette mancava l’acqua. Periodicamente Trenitalia si scusa un po’ dappertutto per il servizio di pulizia indecente, causa scioperi, contrattazioni in corso ecc. Ebbene: 45 euro è un’enormità di fronte alla “generazione 1000 euro” spesso senz’arte né parte, alla crisi che deve ancora mordere i più deboli,e anche i 32 minimi sono sproporzionati e hanno “riflessi” su tutto il resto, a partire dal fatto che quindi si utilizzano oltremisura le automobili. Specie per un viaggiatore al plurale, costano meno malgrado tutto. Con il traffico, gli incidenti e i morti su strade e autostrade che sappiamo, qualcuno sta ragionando sul fatto che la mobilità non è soltanto un prodotto ma anche un servizio? E la risposta sarebbe questa? Con i riflessi che vediamo nel resto, con le conseguenze che tutto ciò porta nella vita di un Paese? Non mi direte che le cose miglioreranno in questo senso con l’Alta Velocità, i treni fantascientifici rosso-ferrari di Montezemolo, Della Valle e c., nevvero? Magari questi imprenditori lungimiranti ci diranno che sono i migliori treni da 150 a questa parte: o no?
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Bonazzi Francesco

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Banco Popolare incassa 1,45 miliardi di Tremonti-Bond (lun, 14 set 2009)
Il personale autunno caldo di Giulio Tremonti è iniziato al meeting di Comunione e Liberazione e va avanti senza freni. Nelle ultime tre settimane, il ministro dell’Economia ha attaccato a più riprese gli economisti tutti, accusandoli di non aver saputo prevedere la crisi (Lui invece sì). Poi ha tacciato a giorni alterni le banche di egoismo nei confronti della patria (Lui invece no: ogni volta che torna ministro gira le quote del suo studio ai soliti amici), perché non presterebbero denari a sufficienza alle nostre valorose imprese. Infine, ha lamentato che i maggiori istituti di credito italiani non facciano a botte per accaparrarsi i meravigliosi “bond” che portano il suo nome. Eppure per placare la sindrome dell’Incompreso di Via XX Settembre, forse non a caso colpito da acne giovanile, basterebbe che i giornali dessero il giusto risalto a questa meravigliosa storia del Banco Popolare. La banca nata dalla fusione della Verona con la Novara, alla quale è stato poi accollato perfino il salvataggio della Lodi post-Fiorani, è stata la prima a prenotare i Tremonti-bond. Questi nuovi marchingegni scaturiti dalla creatività del tributarista di Sondrio sono obbligazioni emesse dalle banche e sottoscritte dallo Stato: pagano un interesse annuo, ma non hanno scadenza e per questo aumentano il patrimonio - e non il debito – di chi le emette. Proprio in questi giorni di lamentazioni sui Tre-Bond che “non se li piglia nessuno”, il Banco guidato da Pierfrancesco Saviotti sta passando zitto zitto alla cassa di Via XX Settembre per ritirarne la bellezza di 1,45 miliardi. Una buona notizia, si dirà, visto che questa montagna di soldi saranno magari girati alle pmi bisognose di credito. In fondo, secondo le dichiarazioni del governo, è questo lo scopo di tutta la pensata. Coincidenza vuole, però, che al Banco abbiamo un problema di nome Italease, la banca che Massimo Faenza portò a crescere in modo vertiginoso e che ora è diventata materia di inchieste penali (tutta la vicenda l’ho raccontata per esteso in un capitolo di “Prendo i soldi e scappo”, scritto con una gola profonda di nome Bankomat). Saviotti, proprio in questi giorni, sta cercando di toglierla dalla Borsa e per chiudere questo inglorioso capitolo servono 1,2 miliardi. In un paese occidentale, Italease verrebbe lasciata fallire, anche perché non presenta alcun rischio “di sistema”: è solo una magagna dei suoi azionisti, che sono le principali banche popolari (quelle che “noi non siamo come le grandi banche internazionali, noi siamo vicine alla gente…”). Che legame c’è tra queste due storie? I tempi e gli importi. Con una mano, il Banco Popolare passa al bancomat pubblico e ritira 1,45 miliardi. Con l’altra, apre l’armadio degli scheletri e ci butta dentro 1,2 miliardi. Sarà per questo che qui nessuno si vanta di nulla, neppure con una pagina di pubblicità del tipo “Siamo vicini alle imprese”? E sarà per questo che neppure Tremonti va fiero di aver aiutato il Banco Popolare con i suoi bond? Sono domande semplici, che noi del Fatto Quotidiano andremo in giro a fare dal 23 settembre. Ci divertiremo.
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Colombo Furio

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La strategia del generale Von Vespa (lun, 21 set 2009)
Di tanto in tanto tornano film sulla Seconda Guerra Mondiale a ricordarci il mondo di Hitler: vari cerchi concentrici di "yes men" stretti intorno al Fuhrer per impedire che ogni spiraglio di realtà raggiungesse il suo bunker. Non erano buoni e protettivi, erano agli ordini. Gli ordini non erano sporadici: erano interni ad una logica che doveva prevedere solo vittoria, e dunque esagerazione di ogni evento per mantenere ben teso – fino alla fine – il clima di slancio. Nel bunker di Berlusconi – paragonabile per autismo mentale, bisogno di realtà truccata (a cominciare da se stesso), cerchi protettivi di uomini e donne fedeli che si interpongono tra il capo e i fatti realmente accaduti, ma per fortuna senza la devastante potenza distruttiva dell'antenato – la strategia è ferrea, ma rovesciata. Siamo noi a sostenere che "la sinistra" è malata o – se necessario – assassina? Diciamo che ci attaccano e ci insultano ogni giorno. Non c'è più la sinistra? Ignorare, fingere un assedio. C'è un'opposizione che chiede ogni giorno un "dialogo"? Denunciare il testardo e pericoloso rifiuto della opposizione ad ogni benevola apertura del governo. Occupiamo, controlliamo e possediamo tutte le televisioni? Gridiamo che sono tutte contro di noi, e che noi siamo il perseguitato e la vittima. Il Consiglio di Amministrazione della Rai e tutte le posizioni direttive della Rai – meno una o due – sono in mano alla destra? Proclamiamo di essere in minoranza, perseguitati e sul punto di essere cacciati. Tutto ciò è provato da un dispaccio segreto del generale Von Vespa, descritto all'interno di un festoso settimanale (di proprietà del capo) che pretende di occuparsi di poker e altri giochi di società. Il documento è in data 24 settembre. Ecco i punti salienti: 1. Nessun direttore di giornale italiano è lontanamente riconducibile a posizioni filogovernative. L'avvertimento è chiaro. 2. La Repubblica è un giornale patologicamente antiberlusconiano. Si riferisce all'insistenza di quel solo giornale (sostenuto dalla stampa del resto del mondo) a ottenere risposte sulla vita notturna del Primo Ministro. 3. Un importante giornalista si è stracciato le vesti per lo spostamento di due giorni di Ballarò in favore di Porta a porta. Ma poi non disdegna di salire al primo piano di Palazzo Chigi a chiedere appoggi per una rilevante direzione televisiva. Notare l'utilità della minaccia all'avversario senza farne, per ora, il nome. 4. Le telvisioni del proprietario-Presidente "non fanno male a nessuno", mentre non esiste al mondo una Raitre che colpisce sempre solo una parte politica. Von Vespa resta fedele al compito di sbarrare il passo alla realtà. Al Presidente-proprietario non piace. 5. Porta a porta ha un impianto chiaramente moderato. Il confronto è paritario. Von Vespa sta elogiando la sua divisione, poche truppe ma valorose, che per ora riescono ad occupare solo quattro sere alla settimana, ma sanno fare quadrato intorno ai monologhi solitari e non interrompibili del Presidente-padrone. 6. Raitre è stata, al contrario, sempre una rete di battaglia in favore della sinistra italiana e solo della sinistra. La parola codice è "al contrario". Raitre si è condannata da sola e Von Vespa, lo rende noto nel suo dispaccio, rilevando che – al quartier generale – la colpa viene ritenuta irredimibile, qualcosa da far pagare caro. 7. "A dovere invocare la par condicio siamo noi pochi moderati, in larga e documentata minoranza". Missione compiuta. Il rovesciamento è totale. Von Vespa annuncia dal suo forte – così gremito che non si troverebbe più un posto in piedi – la volontà di resistere ai due (a volte, quando non ne possono più, tre o quattro) che sostano in dissenso sotto le finestre blindate del Palazzo. Scrupolosamente viene mantenuto il segreto: nel Palazzo le serate e le notti sono ancora cupe e desolate, dopo la disavventura di Tarantini, o si riapriranno – con la consueta discrezione – le feste?
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Amurri Sandra

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Ordine della Moratti: chiudere il liceo serale Ghandi (mar, 15 set 2009)
Il Sindaco di Milano, Letizia Moratti, ha deciso di chiudere il liceo pubblico serale Ghandi frequentato da lavoratori, spesso precari, che non vogliono rinunciare a coltivare la conoscenza e il sapere “Una città che non abbia voglia di investire sulle risorse scolastiche, limitando le potenzialità dei cittadini, è una città che limita le proprie potenzialità” La delicatezza delle parole rafforza la denuncia di Umberto Ambrosoli, figlio di Giorgio Ambrosoli, “l’eroe borghese” ucciso, 30 anni fa, a Milano da un killer assoldato da Michele Sindona, che Umberto, racconta ai suoi tre bimbi, nello straordinario libro Qualunque cosa accada. Anche Umberto Ambrosoli, oggi avvocato, ha conseguito, come il famoso ballerino della Scala Roberto Bolle, la maturità al liceo serale Ghandi e ne conserva un ricordo intenso che riassume così: “facevo lavoretti qua e là e di sera alle 18,30 fino alle 22 andavo a scuola. Porto nella mia memoria la grande preparazione e umanità dei professori e la partecipazione che si respirava. Avere come compagni di banco ragazze e ragazzi che erano usciti stravolti dalle fabbriche e arrivavano desiderosi di apprendere, di crescere culturalmente, è un valore aggiunto inestimabile. Molti dei miei compagni hanno fatto l’Università ma anche chi non l’ha fatta, comunque, ha ricevuto una chiave di lettura della vita e delle cose che la animano. Un mio compagno lavorava come magazziniere alla Mercedes, oggi lavora con ruolo di responsabilità in un centro di arredamento. La chiusura del liceo Ghandi è un dramma che blocca la potenzialità di persone costrette a lavorare nell’età degli studi e non può che impoverire tutti noi”. Lo sanno bene i 190 iscritti che non potendosi permettere le rette delle scuole serali private da 7 mila euro l’anno, contro i 258 euro della Ghandi, che da oltre una settimana presidiano la scuola di notte perché il 90% di giorno lavora, con assemblee permanenti dormendo sulle scale assieme ai professori. Ma per i giornali e per le televisioni non è una notizia, al massimo vale un trafiletto sulla cronaca locale. Una decisione drammatica, comunicata dal sindaco il 13 agosto con una lettera in cui consigliava anche ad iscriversi a corsi di formazione del comune di due anni, mentre il liceo Ghandi è una scuola pubblica a tutti gli effetti e comprende tutti e quattro gli indirizzi. Un dramma, ancora, che cela motivazioni sconcertanti: l’edificio, che si trova in Piazza 25 Aprile, nella centralissima Moscova, presto verrà venduto e trasformato in un albergo a 5 stelle in vista dell’Expo, nel frattempo ospiterà alcuni uffici comunali; ma anche, da non sottovalutare, una decisione che suona come un regalo alle scuole private. La Moratti tace, della questione si occupa il suo assessore alla famiglia, scuola e politiche sociali, Mariolina Moioli di Civitade al Piano (BG), che da ambientalista convinta non perde occasione di ripetere: “E’ tempo di costruire assieme una nuova sensibilità ambientale che abbia al centro la persona". Parole che verrebbero spazzate via dal “non rispettare le aiuole vuol dire calpestare tutte e cinque le vocali”, come dire, che cultura e rispetto dell’ambiente e della persona sono inseparabili nella formazione della persona. E sempre in tema di rispetto dei diritti senza i quali non esistono doveri, stamane, come racconta con la voce rotta dalla rabbia che si fa pianto Roberta Martellini, che fino a poco tempo fa lavorava come precaria in un’azienda di software ospedalieri e ora lavora, saltuariamente, in nero, in un’azienda, è accaduto un fatto gravissimo: “Abbiamo dormito con i sacchi a pelo dentro la scuola e stamane alle 7,30 siamo stati svegliati dagli agenti della celere arrivati a bordo di sei camionette che ci ha identificati e invitati, brutalmente, ad uscire,lasciandoci giusto il tempo di vestirci. Nel frattempo arrivavano i bambini della scuola elementare che si trova al piano superiore, che ci guardavano battendo le mani in segno di solidarietà, ma la preside ci ha invitati ad andarcene definendoci un elemento pericoloso che stava dando un pessimo esempio educativo, mentre i genitori dei bimbi, tutti, hanno firmato la petizione contro la chiusura della scuola”. La consapevolezza che la Moratti li stia privando di un diritto è così forte che i professori, tutti di ruolo, hanno assicurato la loro disponibilità a continuare le lezioni, gratuitamente. E questo è un altro segno di condivisione civica che conforta i cuori, calpestati, da simili ingiustizie.
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Tinti Bruno

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Separazione delle carriere 2 (mar, 22 set 2009)
Non avrei mai creduto che un problema così tecnico come la separazione delle carriere avrebbe sollevato tanto interesse. I commenti sono stati numerosissimi e, quasi sempre, molto pertinenti e stimolanti. Cerco di rispondere meglio che posso. C’è, in molti commenti, un equivoco di fondo: PM e giudice fanno due mestieri diversi e dunque è ragionevole che le carriere siano diverse. Questo proprio non è vero; credo che l’equivoco sia colpa mia: certamente non sono riuscito a spiegarmi bene. Vediamo se ci riesco adesso. Cosa fa il PM? Riceve le denuncie (dei privati e della polizia), raccoglie gli elementi di prova che gli sono forniti dai denuncianti; delega alla polizia, quando lo ritiene necessario, di raccogliere altri elementi di prova, impartendo istruzioni (per esempio: andate a cercare il marito della signora che abita al piano terra dell’alloggio dove è avvenuto il furto, ricordate? E chiedetegli etc. etc.); raccoglie lui stesso altri elementi di prova se lo ritiene necessario (per esempio, interroga lui stesso il marito della signora etc. etc.). Quando ha finito, nel senso che gli sembra che ha fatto tutto il possibile per raccogliere gli elementi di prova necessari per accertare quello che è successo, compie una valutazione: questi elementi di prova mi convincono che l’imputato (che in realtà in questa fase si chiama indagato, sia mai che qualcuno mi contesti l’imprecisione) è innocente; oppure, mi convincono che è colpevole. Nel primo caso decide di chiedere al GIP di archiviare o pronunciare sentenza di non doversi procedere (processualmente ci sono differenze ma qui non ci interessano). Nel secondo caso decide di rinviare a giudizio l’indagato avanti al Tribunale (oppure, in certi casi, davanti al GIP che deciderà se rinviarlo a giudizio oppure no; trattasi di un ulteriore filtro a garanzia dell’imputato). Cosa fa il giudice (ci sono delle differenze se si tratta di un GIP o di un giudice del dibattimento ma qui non le sto a spiegare perché è inutile ai fini del discorso che stiamo facendo) quando il PM ha deciso di mandare l’imputato davanti a lui perché gli si faccia il processo? Esamina tutti gli elementi di prova raccolti dal PM e gli altri che la difesa eventualmente produce (probabilmente alcuni sono stati già prodotti prima, altri lo saranno solo in questo momento). Se non gli bastano e pensa che sia necessario acquisire altri elementi, dispone che vengano acquisiti (è il 507 cpp su cui tanti hanno discusso; che si tratti di potere residuale o no, non ha nulla a che fare con il discorso che stiamo facendo che è un discorso di fatto, non giuridico). Dopodiché si trova esattamente nella stessa situazione in cui si è trovato il PM alla fine delle indagini: deve compiere una valutazione; queste prove mi convincono che l’imputato è innocente; oppure mi convincono che è colpevole; ed emette la sentenza del caso. Differenze. Qual è dunque la differenza professionale tra PM e giudice? Io non riesco proprio a vederla. E’ naturale che il PM che si è convinto, alla fine delle indagini, che l’imputato è colpevole, sosterrà questa tesi al dibattimento (sempre che non arrivino nuove prove che lo convincano che invece è innocente, nel qual caso chiederà l’assoluzione). Così come è naturale che il giudice che si è convinto, alla fine del dibattimento, che l’imputato è colpevole, scriverà una sentenza di condanna in cui accuserà l’imputato (sempreché non si convinca che invece è innocente, nel qual caso scriverà una sentenza di assoluzione). Non si tratta proprio dello stesso lavoro? I giudici come i medici. Per quelli che non hanno apprezzato l’analogia con i medici, cerco di chiarire: volevo spiegare che ogni medico lavora nello stesso modo (proprio come PM e giudici); poi, si capisce, uno prenderà le sue decisioni in ambito ginecologico e un altro in ambito ortopedico. Ed è proprio per questo che ho detto che le identità fra PM e giudice sono molto più forti di quelle tra diversi specialisti medici; perché PM e giudice operano sulla stessa realtà; per continuare l’analogia, sono entrambi ortopedici o ginecologi o quello che volete voi; mentre gli specialisti medici operano su realtà diverse, sia pure con gli stessi metodi professionali. Ed ecco anche perché non c’è nulla di strano che un PM vada a fare il giudice (penale) e un giudice (penale) vada a fare il PM: perché hanno sempre fatto lo stesso mestiere. Certo, un PM avrà una maggiore esperienza del rapporto con la polizia, con le strutture pubbliche che gli debbono garantire mezzi di indagine (questa è la vera croce del PM) e un giudice dovrà farsela; ma si tratta di banalità. E’ invece vero che il passaggio dal penale al civile non è molto consigliabile: è veramente difficile; e infatti avviene raramente perché si tratta proprio di specialità diverse, esattamente come un cardiologo difficilmente si metterà a fare il ginecologo. Amicizia. Alcuni hanno rilevato che è il rapporto di amicizia che lega due persone che appartengono alla stessa carriera che non va bene; perché il giudice sarà portato a privilegiare le tesi del PM suo collega più di quelle dell’avvocato. Devo dire che trovo questo argomento un po’ irritante: in realtà chi lo propone è qualcuno che, evidentemente, pensa che sia normale agire in questo modo, tradendo il proprio dovere; forse lui, in questa situazione, farebbe proprio così. Ma in realtà nelle aule giudiziarie non va affatto in questo modo; anzi spesso succede il contrario. Un po’ perché il giudice sa che questo sospetto aleggia su di lui, e quindi è particolarmente attento e severo nei confronti del PM; un po’ perché, tra colleghi, c’è sempre una forte rivalità professionale: “sarai mica tu che mi vieni a spiegare quello che devo fare?” In tanti anni io ho dovuto spessissimo combattere le mie più aspre battaglie giudiziarie con i giudici più che con le difese. Ma poi, se questo argomento fosse fondato, quante carriere dovremmo separare? I giudici di appello, quelli che decidono se confermare o cassare le sentenze emesse dai giudici di tribunale, sono stati, magari fino al giorno prima, giudici di tribunale anche loro. Magari hanno lavorato nella stessa sezione del tribunale che ha emesso la sentenza che debbono riformare o confermare; magari sono proprio amici dei giudici che l’hanno scritta, ci hanno lavorato fianco a fianco per anni. Che si fa, carriere separate per giudici di tribunale e giudici di appello? E poi, e i giudici di cassazione? Anche loro provengono dai tribunali e dalle corti di appello di tutta Italia; magari conoscono benissimo il collega che ha scritto la sentenza che dovranno riformare, rilevando (che è una cosa seccante per un giudice) errori di diritto. Che si fa? Carriere separate anche per i giudici della cassazione? Che nessuno abbia mai pensato a soluzioni del genere dimostra che, evidentemente, la molto pubblicizzata separazione delle carriere tra PM e giudici ha finalità inconfessabili, ben diverse da quelle sbandierate, Molti si sono chiesti: ma come funzionerebbe il sistema se le carriere fossero separate?Prima di tutto voglio dirvi che non intendo farmi pubblicità ma di queste cose ho scritto su La questione immorale (ed. Chiarelettere) e lì ho trattato il problema meglio che ho potuto; sicché vi trovereste molte risposte. Ma cerco di spiegarlo anche qui. Una carriera separata, visto che non si giustifica sul piano professionale, può avere una sola ragione: il PM non deve più lavorare come ho descritto finora, come un giudice (se no, che le separiamo a fare le carriere?) ma in un altro modo. Quale può essere questo modo? C’è una sola opzione, che del resto emerge da tutti gli interventi che sono favorevoli alla separazione: il PM deve sostenere l’accusa. L’accusa, solo questo. Non deve indagare più a 360 gradi, non si deve più chiedere se l’indagato (quello che polizia o privati hanno denunciato) è colpevole o innocente (se lo facesse torneremmo al modello attuale e allora la separazione sarebbe priva di senso). Deve solo raccogliere le prove che gli servono per sostenere al processo che l’imputato è colpevole; le altre prove, quelle che servono per dimostrare che l’imputato è innocente, sono un fatto della difesa; ci penserà l’avvocato, la cosa non lo riguarda. Ecco, questo vuol dire un PM che sostiene l’accusa: un processo in cui il PM è un altro avvocato. Quello difensore sostiene la difesa e se per caso si imbatte in una prova che accusa il suo cliente fa finta di non vederla e (magari gli riesce ma spesso sarebbe un reato e gli avvocati onesti non lo fanno) la nasconde; comunque evita di evidenziarla. Quello accusatore sostiene l’accusa: e, se per caso si imbatte in prove che contrastano la sua tesi, le nasconde etc. etc. Poi, davanti al giudice, che a questo punto fa davvero un altro mestiere, ognuno dei due tirerà l’acqua al suo mulino; ognuno dei due sosterrà la sua tesi, senza chiedersi se è giusta o no, semplicemente cercando di farla prevalere. E il giudice cercherà di decidere per il meglio. Vi piace questo sistema? Io lo trovo folle. Negli Stati Uniti funziona così; e lì è ancora peggio perché c’è la giuria, cioè cittadini che di leggi e diritto non sanno nulla e che decidono in base alle impressioni suscitate in loro nel corso del processo. Un avvocato celebre, elegante, suadente, intelligente li convincerà più facilmente di un avvocato sciatto, rozzo, approssimativo, antipatico. Ma come si presentano, come sono i due avvocati, quello dell’accusa e quello della difesa, non ha nulla a che fare con la tesi che sostengono, non ha nulla a che fare con l’innocenza o la colpevolezza dell’imputato. E infatti negli Stati Uniti le carceri sono piene di innocenti (anche per via di altri strumenti processuali che qui non sto ad analizzare); e soprattutto per via del fatto che i poveri certo non possono permettersi difese in grado di contrastare il PM (che lì si chiama Procuratore Distrettuale). Il PM ha mezzi tecnici, economici e di personale (la Polizia della sua città, l’FBI, la DEA, i consulenti tecnici del suo ufficio) che la difesa si deve pagare. E che si fa se l’imputato non ha soldi? Niente si fa, si difende come può e non l’aiuta nessuno. Ma questo sistema presenta anche altri problemi. Un avvocato che rappresenta l’accusa e solo quella non può essere indipendente; sarebbe irragionevole. L’indipendenza è un requisito del giudice che deve essere libero di decidere quello che gli sembra giusto. Ma, se si è già deciso che il PM deve sostenere l’accusa e solo quella, qualsiasi sia la sua opinione personale sulla colpevolezza o l’innocenza dell’imputato, allora, come gli avvocati, avrà un cliente, quello che gli impone la tesi da sostenere. In questo caso lo Stato. Ho detto lo Stato? Ho sbagliato. Lo Stato è il cliente che servono i giudici e quindi, oggi, anche il PM-giudice. Ma il PM avvocato che sostiene l’accusa ha come cliente il Governo. Proprio come l’Avvocatura dello Stato che sostiene le tesi che il suo cliente, il Governo, gli chiede di sostenere. Proprio come ha fatto (scusate la parentesi) l’Avvocatura dello Stato avanti alla Corte Costituzionale, quando ha spiegato che il Lodo Alfano va conservato perché se no Berlusconi dovrebbe dimettersi; “e pensate che danno per il Paese!” Argomentazione di una raffinatezza giuridica che, dopo 41 anni di magistratura, ho difficoltà a percepire. Il problema allora è che, se il cliente del PM è il Governo, i processi finiscono con il diventare politici. Il PM avvocato (il PM che sostiene l’accusa) viene incaricato di fare questo e quell’altro processo; e soprattutto, di non fare questo o quell’altro. Vi piace questo sistema? A me pare folle In Francia funziona proprio così. I miei colleghi francesi spesso mi hanno detto che si sono trovati a dover seguire direttive che stridono con equità e buon senso; e, talvolta, ispirate da chiare ragioni politiche. Qualcuno ha dato le dimissioni perché gli era stato imposto di accusare imputati che erano innocenti e che però il Governo voleva perseguire. Vi piace questo sistema? A me pare folle. Il che mi suggerisce di rispondere ad alcuni commenti che hanno rilevato come la separazione delle carriere è cosa buona e giusta anche se, al momento attuale, è sconsigliata dall’esistenza di un Governo nelle mani di Berlusconi. Questo discorso è veramente sbagliato. Il potere è potere, da chiunque venga esercitato. Berlusconi rende sicuro l’abuso di un sistema che gli affidasse il controllo delle Procure. Ma questo abuso potrebbe essere esercitato da chiunque si trovasse un giorno nella sua posizione. Quando Montesquieu ha disegnato il suo celebre assetto costituzionale fondato sulla separazione dei poteri (esecutivo, legislativo e giudiziario) non ha certo pensato che esso avrebbe potuto essere derogato qualora lo Stato fosse finito nelle mani di un tiranno buono e giusto; e, se venisse rovesciato da un tiranno cattivo che si servirebbe, per rovesciarlo, proprio di quell’assetto costituzionale disegnato per il tiranno buono? Poi, ci sono momenti storici in cui i detentori del potere sono peggiori della media; e purtroppo noi stiamo vivendo un momento di quelli. Ma non si costruisce una Costituzione in funzione degli uomini che di volta in volta, governano: sono questi che debbono rispettare la Costituzione. Per finire, due parole per i non estimatori del sistema giudiziario italiano. Quando difendo questo sistema (che tutti i magistrati europei riconoscono essere il migliore, ricordatevelo quando avrete finito di leggere queste righe) difendo un’idea, un’astrazione, un sistema scientifico. Tutto questo discorso non ha nulla a che fare con lo sfascio della giustizia italiana. Ma, questo è il punto, la giustizia italiana non è allo sfascio perché non c’è la separazione delle carriere; così come negli altri Paesi la giustizia non funziona meglio perché le carriere sono separate. Lo sfascio italiano è dovuto ad un complesso normativo costruito all’esplicito scopo di non far funzionare il processo penale. Ma questo un altro discorso (che, di nuovo, trovate meglio affrontato in La Questione Immorale)
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Notizie varie

antefatto

Il senatore di Corleone (ven, 20 nov 2009)
Una straordinaria inchiesta del nostro Marco Lillo comincia a rimettere le cose al loro posto. Renato Schifani, il presidente del Senato, la seconda carica dello Stato, prima di entrare in politica e almeno sino a otto anni fa, aveva tra la clientela del suo studio legale palermitano molti personaggi processati e spesso condannati per fatti di mafia. Non è un reato, ma è un fatto su cui sarebbe utile aprire una riflessione. Schifani, che due boss di Cosa Nostra di alto livello come Nino Mandalà e Simone Castello definivano in una loro celebre conversazione come "il senatore di Corleone" (quello era infatti il suo collegio elettorale), assisteva come civilista mafio-imprenditori nella stesura di contratti, nelle controversie al Tar e, qualche volta, nei rapporti con la pubblica amministrazione. Trovare tracce documentali del suo curriculum non è però semplice. Il Fatto Quotidiano ha cominciato a lavorarci e le sorprese non sono mancate. Oggi abbiamo pubblicato un primo lungo articolo che ci racconta come Schifani, nelle sue vesti professionali, abbia fatto di tutto per consentire la costruzione di un grande palazzo abusivo edificato con il contributo di molti tra i maggiori capomafia palermitani: dai Bontade, a Pino Guastella, dai Lo Piccolo fino ai Madonia e i Pullarà. La storia di quei nove piani di cemento diventa così esemplare per capire la mafia e l'antimafia. Anche perché intorno al palazzo, come scrive Lillo, il destino di Schifani s'incrocia con quello di Paolo Borsellino: “Il primo (prima che le procure e i tribunali accertassero le responsabilità del costruttore corruttore e mafioso) ha messo a disposizione la sua scienza per sostenere il torto del più forte. Il secondo, nei giorni più duri della sua vita, ha trovato il tempo per ascoltare le ragioni dei deboli. Quel palazzo è infatti ancora in piedi anche grazie anche ai consigli legali, ai ricorsi e alle richieste di sanatoria dello studio legale Schifani-Pinelli del quale il presidente del senato è stato partner con l'amico Nunzio Pinelli negli anni chiave di questa vicenda, prima di lasciare il posto al figlio Roberto. Mentre Schifani combatteva in Tribunale per Lo Sicco (il costruttore ndr), il giudice Paolo Borsellino trascorreva le ore più preziose della sua vita per ascoltare le signorine Pilliu: due sorelle che tentavano di opporsi allo scempio edilizio”. L'inchiesta di Lillo è dunque una fotografia precisa dell'Italia dei nostri tempi. Purtroppo. Leggi l'inchiesta di Marco Lillo da Il Fatto Quotidiano del 20 novembre 2009: Schifani e il palazzo abitato dai Boss C’è un palazzo a Palermo, vicino allo stadio della Favorita, che spiega meglio di un trattato la mafia e l'antimafia. I suoi nove piani sono un monumento alla prevaricazione dei forti sui deboli, dei corrotti sugli onesti. Sono stati costruiti in spregio a ogni norma con la complicità della politica, calpestando con la ruspa i diritti di due donne inermi. Ogni muro, ogni mattone, profuma di mafia. Chi ha eseguito i lavori e chi li ha diretti, chi ha fornito il calcestruzzo e chi ha fatto gli scavi, chi ha guadagnato vendendo gli appartamenti e talvolta anche chi li ha comprati, è legato da vincoli di sangue o di cosca con i padrini più blasonati di Palermo: Madonia, Bontate, Pullarà, Guastella, Lo Piccolo. Il capo dei lavori, Salvatore Savoca, è stato strangolato perché non voleva dividere il boccone di cemento con un clan più forte del suo: i Madonia. L'assessore che ha dato la licenza è stato condannato per le mazzette ricevute in cambio della concessione. Il costruttore Pietro Lo Sicco è stato condannato per mafia e corruzione ed è in galera. Il palazzo è stato confiscato e le vittime, Rosa e Savina Pilliu, hanno ricevuto in affitto dallo Stato l'appartamento nel quale dormiva Giovanni Brusca, l'uomo che ha schiacciato il telecomando della strage di Capaci. (leggi tutto)
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Botta e risposta tra Agcom e Il Fatto Quotidiano (mer, 11 nov 2009)
Pubblichiamo il botta e risposta con L'Agcom in seguito all'articolo Rai, Nasce il Comitato di controllo di Carlo Tecce ANSA DELLE 18.10 "Siamo contenti che l'Agcom confermi l'intenzione di creare un comitato esterno all’azienda Rai" . Questa la risposta dell’autore dell’articolo pubblicato oggi su Il Fatto, Carlo Tecce in una nota concordata con la direzione del quotidiano. "L'Autorità - aggiunge Tecce - si confonde sapendo di farlo: il contratto di servizio 2007/09 prevedeva un Comitato scientifico composto da sei membri, scelti tra personalità di notoria indipendenza di giudizio e di indiscussa professionalità, di cui tre designati dalla Rai, uno designato dal Consiglio Nazionale degli Utenti, uno designato dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e uno designato dal Ministero, con funzioni di Presidente del Comitato. Una previsione - continua - ben diversa da un sistema di valutazione della qualità - come si legge nelle linee guida approvate dall’Autorità -, un organismo nominato dalla Rai ma scelto dall’Agcom e dal ministero". "Se davvero non si auspicano cambiamenti, perché l’Agcom non ha chiesto al ministero - domanda Tecce - di riprendere il testo presente nel vecchio contratto di servizio? Sarebbe curioso capire cosa intende per qualità l’Agcom, noi crediamo che un organismo del genere rischi di limitare la libertà dei giornalisti e delle trasmissioni e non sarà istituito per interpretare il sesso degli angeli". ANSA DELLE 13.38 L'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni esprime in una nota "grande sorpresa per alcune notizie di stampa relative alle linee guida del contratto di servizio della Rai 2010-2012 inviate al ministero per lo Sviluppo economico per il prescritto concerto". In particolare, sottolinea l’Autorità smentendo quanto riportato oggi dal Fatto Quotidiano e sottolineato dall’esponente Idv Pancho Pardi, "la tesi secondo cui, attraverso l’istituzione di un organismo di controllo, non indipendente, ma nominato dal Governo, si - imbavaglierà l’informazione ancor di più di quanto non sia adesso- -, risulta del tutto infondata; anzi, si tratta di una ricostruzione tendenziosa che rovescia la realtà dei fatti". "Innanzitutto - spiega l’Agcom - la previsione di un organismo di valutazione riguarda esclusivamente la qualità dell’offerta dei programmi e non l’informazione radiotelevisiva. Si tratta di una previsione che era già contenuta nelle linee guida e nel contratto di servizio della Rai per il triennio 2007-2009 e l’organismo esterno di valutazione della qualità ivi previsto si è già costituito alla fine del 2007". "Le nuove linee guida - continua l'Autorità - rafforzano anzi l’indipendenza di tale organismo, il quale sarà nominato dall’Autorità d’intesa con il ministero, mentre il contratto di servizio attuale prevedeva che il presidente del Comitato fosse direttamente nominato dal ministero. Le nuove linee guida prevedono inoltre che i risultati delle rilevazioni dovranno essere resi pubblici e che sul grado di soddisfazione degli utenti dovranno essere ascoltate periodicamente le associazioni dei consumatori". "Sul tema del cosiddetto Qualitel - ricorda ancora la nota - l’Autorità si è in questi anni sempre impegnata attivamente, convinta che la qualità dell’offerta radiotelevisiva costituisca un fine strategico e un tratto distintivo del servizio pubblico. Generi come il teatro, la musica classica, i programmi culturali sono spariti dal servizio pubblico. Pretendere un servizio pubblico di qualità come in Inghilterra o Francia non è una censura dell’informazione che, anzi, nelle linee guida viene valorizzata, anche con riferimento agli atti d’indirizzo della commissione parlamentare di Vigilanza. Si tratta quindi di una questione di civiltà democratica e di rispetto per i cittadini che pagano il canone, come da sempre sostenuto dal Consiglio nazionale degli utenti".
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La registrazione che incastra Pollari (ven, 06 nov 2009)
di Gianni Barbacetto e Peter Gomez Il documento audio che qui presentiamo è cruciale per la comprensione del sequestro Abu Omar. Il 2 giugno 2006, Marco Mancini, capodivisione del Sismi sotto inchiesta per il rapimento, incontra a Roma il collega Gustavo Pignero, che nel 2003, all’epoca del sequestro, era il suo diretto superiore. Con un microfono nascosto, registra la conversazione. Pignero (in seguito deceduto) parla apertamente con Mancini e gli racconta che l’ordine per l’operazione era partito dal direttore del Sismi, Nicolò Pollari, che a fine 2002 gli aveva consegnato «una lista in inglese» ricevuta «da Jeff Castelli, il capo della Cia di Roma». Era l’elenco delle persone da «portar via», una decina di nomi tra cui quello di Abu Omar.  Pignero dice anche che nei suoi interrogatori davanti ai magistrati di Milano aveva scagionato Pollari: «Il direttore l’ho tirato fuori completamente», «altrimenti qui crolla tutto». Frammenti di questa registrazione furono mandati in onda da Enrico Mentana a Matrix, ma questa è la prima volta che il documento integrale è messo a disposizione del pubblico. Registrazione - data 2 giugno 2006 prima parte - (40mb filemp3) seconda parte - (30mb filemp3) Ecco le foto dell'incontro tra Mancini e Pignero mentre parlano di Pollari, scattate a loro insaputa a Roma dagli agenti della Digos che li pedinavano. Antefatto Link Abu Omar, pagano solo gli americani
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Catania, arrivano le dimissioni del prof. Rossitto (mar, 03 nov 2009)
di Paola Porciello Si è dimesso dal suo incarico il professore Elio Rossitto, il docente universitario della facoltà di Scienze politiche di Catania, indagato dalla Procura etnea dopo essere stato denunciato per aver chiesto rapporti sessualì in cambio del buon esito al suo esame. Il Fatto Quotidiano aveva raccontato la vicenda già una settimana fa grazie alla testimonianza di Dominique, la studentessa ventenne che ha deciso di dire basta, mettendoci la faccia. Anche Le Iene avevano girato un servizio che molto probabilmente andrà in onda questa sera. Oggi abbiamo risentito Dominique e le abbiamo chiesto che effetto le facessero queste dimissioni, arrivate proprio nel giorno in cui il Senato accademico avrebbe discusso la pratica di sospensione cautelativa dall'incarico del professore. "E' il minimo che potesse fare, anche se sarebbe stato più nobile ammettere di aver sbagliato". Trasuda un forte senso civile dalle parole di Dominique, quando sottolinea come sia difficile reagire ai soprusi a viso scoperto, specie in Sicilia dove "ti devi nascondere se fai qualcosa di giusto" e quando riflette sul senso del suo percorso universitario che "non deve esaurirsi nella raccolta degli esami uno dopo l'altro". Deve esserci una crescita umana e civica all'interno di un contesto che non è solo un contenitore inerte dal quale attingere passivamente dei voti. E può anche succedere che l'iniziativa di un singolo "si contrapponga ai falsi poteri troppo spesso legittimati dal basso".
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Ilaria Cucchi va a Regina Coeli, ma la verità è ancora lontana (dom, 01 nov 2009)
di Luca De Carolis “Lei non può entrare, è parte in causa”. Poche parole per lasciare fuori da Regina Coeli Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano. Oggi pomeriggio la donna voleva entrare nel carcere da dove il fratello era uscito in barella “per vedere dove aveva dormito Stefano, guardare le foto che gli hanno scattato appena arrivato”. Ma i responsabili del penitenziario le hanno detto no. Eppure Ilaria era accompagnata dal senatore dell’Idv Stefano Pedica, che sabato scorso era rimasto per ore dentro Regina Coeli, parlando anche con i compagni di cella di Cucchi. I funzionari però sono stati irremovibili: “Il senatore può entrare, la signorina no”. Pedica ha protestato: “Lei non è parte in causa, ma parte lesa”. Inutile: Ilaria e il suo avvocato, Stefano Maranella, sono stati respinti all’atrio. “Sono delusissima, questo atteggiamento è preoccupante e controproducente” sibila la ragazza. Magra e minuta come Stefano, prima di varcare il portone del carcere, Ilaria aveva ribadito: “Dai referti medici risulta che Stefano aveva detto di essere caduto alle 23 del 15 ottobre (il giorno dell’arresto, ndr), ma non è andata così. A quell’ora mio fratello era ancora a casa: i carabinieri l’hanno fermato alle 23.30. Verso l’1.30, Stefano è rientrato con cinque carabinieri, tre in borghese e due in divisa, che dovevano fare un’ispezione. Lui stava benissimo, e i carabinieri non hanno trovato nulla”. Nessun segno sul volto del fratello, apparente tranquillità tra i militari. “Mentre lo portavano via, ci hanno detto che il giorno dopo Stefano sarebbe tornato a casa, perché gli avrebbero concesso gli arresti domiciliari” racconta Ilaria, che aggiunge: “So per certo che Stefano, al momento dell’arresto, aveva chiesto di contattare l’avvocato Maranella, ma gli è stato negato. Questa è una grave violazione del diritto”. E un altro punto oscuro di una vicenda piena di buchi e contraddizioni. Ilaria non vuole arrendersi: “Cerco risposte, ho diritto ad averle”. Il direttore sanitario dell’Asl Roma B, Antonio D’Urso, ha emesso una nota a difesa del Pertini, l’ospedale dove Stefano è morto: “Durante il ricovero i medici dell’ospedale hanno curato con attenzione e professionalità Cucchi, evidenziandone al contempo un atteggiamento scarsamente collaborativo verso le cure”. Ilaria esplode: “Io rispondo che sulla morte di mio fratello c’è una grande responsabilità della struttura medica: non si può morire disidratati in un ospedale”. Domani pomeriggio la donna sarà ascoltata dal pm Vincenzo Barba.
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La difesa dei carabinieri: “Le nostre camere di sicurezza non sono alberghi a 5 stelle. Stefano era debilitato” (ven, 30 ott 2009)
Noi rispondiamo di quello che abbiamo fatto, abbiamo un referto medico che dice che il ragazzo ha rifiutato le cure sul posto e l’accompagnamento in ospedale. Se avesse voluto sfuggire ad eventuali percosse sarebbe andato con l’ambulanza, non crede?”. A difendere l’Arma dei carabinieri è il maggiore Paolo Unali, comandante della Compagnia Roma Casilina, i cui uomini, nella notte tra il 15 e il 16 ottobre, hanno arrestato Stefano Cucchi. Unali fa sapere che un’istruttoria interna è già stata avviata, ma che non c’è nulla di cui aver paura. “I dubbi ci devono comunque venire, e per questo abbiamo verificato la posizione degli uomini. Ma sul comportamento dei militari, a livello disciplinare, non sono emerse responsabilità. Anche se il vaglio interno è sempre in atto. A livello penale, aspettiamo il lavoro della magistratura. Noi non ci possiamo sostituire ai giudici”. Il maggiore ricostruisce quanto accaduto quella notte, “quelle poche ore in cui abbiamo avuto in consegna il soggetto. Lo abbiamo fermato a tarda notte e, dopo una perquisizione domiciliare, l’abbiamo trattenuto. Intorno alle 3 di notte, il ragazzo ha avuto un malore e abbiamo immediatamente chiamato l’ambulanza”. Poi, una precisazione per lui fondamentale: “Cucchi ha rifiutato le cure sul posto e l’accompagnamento in ospedale. Anzi, ha chiesto di lasciarlo dormire. E’ tutto scritto nel referto medico: le convulsioni, il tremore e, se non ricordo male, un malore diffuso. Nessun segno, nessun ematoma, niente di anomalo. Se avesse voluto sfuggire a presunte percosse, si sarebbe fatto portare in ospedale”. Il referto medico, consegnato alla Procura, è delle 5. Poche ore dopo, Stefano è stato svegliato e accompagnato in Tribunale per il processo per direttissima. In aula, ha raccontato la famiglia del ragazzo, aveva però gli occhi tumefatti. “Io non sono un medico, non so cosa possa essere successo - spiega ancora Unali - ma il ragazzo aveva dormito solo poche ore. E comunque le nostre camere di sicurezza, che sono quelle regolamentari, non sono certo un albergo a cinque stelle. Poi stiamo parlando di un ragazzo debilitato, di uno che aveva avuto problemi di tossicodipendenza e che, a 30 anni, pesava 40 chili. E comunque è arrivato in tribunale con le sue gambe e ha partecipato all’udienza. Era lucido. Del resto, se avesse avuto qualcosa da dire, lo avrebbe detto”. Eppure il padre lo ha sentito chiedere in aula perchè gli fosse stato assegnato l’avvocato d’ufficio e non il suo legale di fiducia. “Non ne so nulla, non ero lì - prosegue il maggiore - so soltanto che lui non ha lamentato accuse nei nostri confronti. Del resto ci sono i verbali di udienza”. Cosa può dunque essere accaduto a Stefano Cucchi, morto dopo sei giorni nel reparto detentivo dell’ospedale Pertini, con la sua famiglia completamente all’oscuro di tutto fino al momento dell’autopsia? “Non lo so -conclude Unali- noi lo abbiamo “trattato” solo per poche ore. Poi lo abbiamo consegnato alla polizia penitenziaria”. Ma neanche la polizia penitenziaria sembra saperne nulla. “I colleghi si sono limitati al servizio di controlloevigilanzachespettava loro per legge - risponde Donato Capece, segretario generale del Sappe (il sindacato della penitenziaria) - anche perchè era in un ospedale, sotto il controllo dei medici. Questo esclude qualsiasi tipo di intervento. In ogni caso ci auguriamo che la magistratura faccia piena luce su questa vicenda. Se c’è qualcuno che ha sbagliato, è giusto che paghi. Ma non credo che la polizia penitenziaria abbia agito contro la legge”. da Il Fatto Quotidiano n°33 del 30 ottobre 2009
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Sentenza Mills, il corrotto e il corruttore (mar, 27 ott 2009)
E adesso per Silvio Berlusconi diventa davvero dura. Oggi la seconda sezione della corte d'appello di Milano ha confermato la condanna a 4 anni e sei mesi di reclusione per l'avvocato David Mills, il legale inglese accusato di essere stato corrotto dal premier. Tra quindici giorni verranno depositale le motivazioni della sentenza e a partire dal quel momento le difese avranno 30 giorni di tempo per presentare il loro ricorso in Cassazione. Il rischio concreto è insomma che la suprema corte renda definitiva la condanna di Mills prima che il processo bis contro il Cavaliere sia concluso. Il nuovo dibattimento che vede imputato il capo del governo per corruzione giudiziaria riprenderà prima di dicembre. La difesa farà di tutto per allungarlo a dismisura, ma è scontato che, in caso di un'eventuale decisione della Cassazione negativa per Mills, i giudici decidano nel giro di poche udienze: finchè la legge non verrà cambiata le sentenze definitive nel nostro ordinamento hanno valore di prova. E se Mills è stato corrotto, il corruttore è Berlusconi. Il premier, insomma, ha bisogno di tempo. Ma 20 mesi, tanti secondo alcuni calcoli lo separerebbero dall'agognata prescrizione, sono pochi per non pensare di incassare almeno un verdetto di primo grado. Per questo i deputati-avvocati del premier sono già al lavoro. Una soluzione, assicurano, la troveranno. Ma è ormai chiaro che, visto con il senno di poi, il Lodo Alfano, anche per Berlusconi, è stato un madornale errore.
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Nelle mani di Silvio (e di Brenda) (lun, 26 ott 2009)
Ecco l'ultima perla che il caso Marrazzo ci regala. Dunque apprendiamo che il nostro beneamato premier aveva saputo del video, del ricatto, eccetera. Da ottimo consulente di cose giudiziarie e private, aveva detto a Marrazzo: “I miei giornali non la pubblicheranno. Tu vai a Milano, e ricomprati il video”. Il piano non si è chiuso solo perché il solito magistrato rompiscatole si è attenuto a principi desueti come il rispetto della legge e l'obbligatorietà dell'opposizione. Ancora una volta c'è da stupirsi di come i giornali riportano con un tono apparentemente bonario e senza nessun commento questa notizia. Così scopriamo che due autorità pubbliche, un presidente di regione e un presidente del Consiglio, di fronte ad un ricatto, non sono nemmeno sfiorati dall'idea di rivolgersi alle autorità giudiziarie, a un magistrato, o a un poliziotto. Non gli passa proprio per la testa. Il che vorrebbe dire che ha terribilmente ragione Fabrizio Corona (purtroppo) quando prova a difendersi dicendo “Così fan tutti”. La cosa ancora più sconvolgente, ovviamente, è l'atteggiamento di Marrazzo, di cui continuo a cercare – senza successo – un filo logico. Quest'uomo condivideva più segreti con Berlusconi che con sua moglie. E anche lui non era nemmeno sfiorato dall'idea che il fatto di essere bonariamente appeso per le palle alle consulenze e alla magnanimità del premier non era una condizione minimamente compatibile con il proprio ruolo. C'è anche in questo uno dei tanti paradossi dell'opposizione che non c'è: dovresti essere abituato a considerarti controparte del potere, e invece finisci per esserne un assistito. Dovresti controllare, e invece sei controllato. Resta da capire se per un leader di sinistra sia meglio trovarsi nelle mani di Silvio che nelle mani di Brenda. La seconda che ho detto, direi. Link: Luca Telese blog
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Le bugie di Mastella sulla telefonata ricevuta da IL FATTO (sab, 24 ott 2009)
Ecco quel che davvero ha detto Mastella in conferenza stampa sulla telefonata con il nostro giornalista Vincenzo Iurillo, quando l’europarlamentare ha finto di essere il suo avvocato Titta Madia. Ascoltate l'audio della conferenza stampa, poi ascoltate quello della telefonata. Infine traete le vostre conclusioni. Video thumbnail. Click to play Ascolta Testo: Mastella: ...ringrazio anche il collega del Fatto che il giorno prima che accadessero i fatti, non ieri ma l'altro ieri, sbagliando telefono e parlando... pensando di parlare con il mio avvocato ha telefonato dicendo: "Avvocato ma tutta questa cosa che riguarda Mastella, le vicende di Mastella, la sua perquisizione eccetera...". Io faccio finta di essere l'avvocato, in questo caso ho commesso un peccato.....se l’ho commesso me lo prendo tutto...e gli ho detto scusi ma… immaginando che io fossi l'avvocato Madia… scusi, ma di che stiamo parlando? “No ma qua ci saranno a breve…” Lo ringrazio molto per aver un giorno prima che gli altri arrivassero saputo… mi dispiace per i suoi colleghi che sono arrivati un po’ più tardi… quindi, dal punto di vista… lei ha certamente informazioni molto più forti di quanto possano avere gli altri colleghi della stampa. Grazie, buona giornata a tutti. Link: Ascolta l'audio originale della telefonata con il giornalista de IL FATTO Il blog di Vincenzo Iurillo
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Mastella: senti chi mente a "Il FATTO" (ven, 23 ott 2009)
Due volte bugiardo, Clemente Mastella. La prima volta, quando finge di essere il suo avvocato, Titta Madia, al cronista de ‘Il Fatto’ che cercava il legale per alcuni ragguagli e compone per sbaglio il numero dell’ex ministro. La seconda volta, quando in conferenza stampa a Napoli insinua che la bufera giudiziaria gli era stata preannunciata il giorno prima da quella telefonata. “Desidero ringraziare il giornalista de 'Il Fatto', così ho saputo le notizie un giorno prima”. Il nostro cronista non ha rivelato nulla in anteprima e nulla peraltro aveva da rivelare: chiedeva solo informazioni sull’udienza preliminare in corso davanti al Gup di Napoli, relativa al primo troncone dell’inchiesta sull’Udeur: quella mattina se n’era svolta una, l’ultima è in calendario lunedì prossimo. Il nostro cronista voleva conferma dello stralcio della posizione di Mastella e il giorno dop o infatti è uscito un articolo su questa notizia. Tutto qui. Il resto sono solo fandonie, e il file audio della conversazione lo dimostra. (ascolta l'audio-video in basso) Link: Il Canale Ufficiale Youtube di Antefattoblog
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Analisi notizie

antefatto

San Luca, Aspromonte, Italia (gio, 12 nov 2009)
La squadra era scesa in campo a testa bassa e col lutto al braccio. Per rispetto alla “mamma”. No, non quella naturale, la madre, ma la “mamma” più importante, quella che si onora e rispetta a San Luca, Aspromonte. Qui tutto ha un significato diverso dal resto d'Italia. Il calcio e anche le parole. E la “mamma” è Antonio Pelle. 'Ntoni Gambazza, detto anche “il Vangelo”. Boss dei boss, capo di una delle 'ndrine più potenti e feroci della zona aspromontana, quella dei Pelle-Vottari, in guerra contro i Nirta Strangio. Per le cronache: strage di Duisburg, Germania. Sei morti. 'Ntoni Pelle era latitante da nove anni, sempre nel suo territorio. Lo catturarono il 14 giugno. Vecchio, malato, gli aghi nelle vene, giaceva in un letto d'ospedale a Polistena con accanto la moglie. A vedere le immagini sono quelle di un vecchio malato, il ricordo delle foto segnaletiche del boss con la faccia da Al Capone di montagna è sbiadito. Lontani gli anni d'oro dei sequestri di persona, dei covi nel ventre oscuro dell'Aspromonte, dei riscatti miliardari, dei volti scavati dei rapiti e delle lunghe trattative con lo Stato per la liberazione degli ostaggi. 'Ntoni Pelle, Gambazza, è morto una settimana fa, è stato un pezzo della storia della 'ndrangheta, per questo i calciatori della squadra hanno voluto onorarlo. Col lutto al braccio. Un gesto di “rispetto”, certo, ma anche il segno della tragedia che vive questo punto minuscolo d'Italia. Dove lo Stato non è mai arrivato. E dove l'unica legge ancora degna di rispetto è quella antica della 'ndrangheta. Si onora Gambazza “il Vangelo”, ma si è persa la memoria di un carabiniere eroe. Si chiamava Carmine Tripodi, i killer che lo uccisero la sera del 6 febbraio 1985 perché combatteva contro la 'ndrangheta dei sequestri, gli riservarono un ultimo sfregio: urinarono sul suo cadavere. Tripodi aveva solo 27 anni, salendo verso San Luca, all'ultima curva c'è una piccola lapide che ne ricorda il sacrificio. Ogni tanto, nelle serate di baldoria, i picciotti di 'ndrangheta, la sfregiano. Don Pino Strangio, prete del paese e presidente della squadra di calcio, si è detto meravigliato del gesto dei suoi calciatori. Il Questore di Reggio Calabria, Carmelo Casabona, ha invece interdetto il vicepresidente del San Luca dal frequentare i campi di calcio per un anno. Perché ''tale forma di commemorazione, peraltro avvenuta senza autorizzazione né della Lega Calcio né del direttore di gara ha concretizzato una violenza morale d'impatto dirompente, che ha annullato i valori nobili delle competizioni sportive''.
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Stefano Cucchi, la licenza di uccidere e il Trattato di Lisbona (mar, 03 nov 2009)
da Il blog di Carlo Vulpio L’assassinio di Stefano Cucchi è stato definito, non senza ragione, “pena di morte all’italiana”. Ma una “pena” viene in qualche modo comminata con una sentenza alla fine di un processo, persino se si tratta di un processo farsa. L’assassinio di Stefano, invece, a essere precisi, è la “licenza di uccidere” che alcuni banditi travestiti da poliziotti o da carabinieri, con sempre maggiore frequenza, si autoattribuiscono. Uccidono sottraendo allo Stato il monopolio punitivo, senza processo e senza sentenza, e nonostante l’ordinamento giuridico ripudi la pena di morte. Figuriamoci cosa accadrebbe, è l’interrogativo che sorge spontaneo e sul quale tutti dovremmo riflettere, se in qualche piega dell’ordinamento, magari in maniera surrettizia, si nascondesse la previsione di poter irrogare una qualche forma di “pena di morte”, o peggio, di poter esercitare impunemente – in quanto protetti da un articolo di legge, un comma, un inciso, un allegato, un protocollo – il “diritto” di sopprimere la vita altrui, insomma cosa accadrebbe se fosse una norma a prevedere la “licenza di uccidere”. Non meravigliatevi, ma purtroppo quella norma, quella “clausola” oggi esiste. E si trova nel fatidico Trattato di Lisbona, da ultimo approvato con referendum anche dall’Irlanda. Ma prima di scovarla e di denunciarla (ma come ci è finita dentro il Trattato di Lisbona senza che nessuno se ne sia accorto?), affinché venga cancellata, andiamo per un attimo a ritroso nel tempo e, assieme alla fine di Stefano, ricordiamo i casi simili degli ultimi anni. I più eclatanti, o almeno quelli più noti, perché hanno avuto la “fortuna” di finire sui giornali. Vedremo che come hanno ucciso Stefano Cucchi, così hanno fatto fuori anche “gli altri”. E allo stesso modo potrebbero eliminare chiunque, soprattutto se forti di una norma che lo preveda. Il 14 ottobre 2007, Aldo Bianzino, 44 anni, falegname, finisce in carcere a Capanne, Perugia, per aver coltivato qualche pianta di marijuana. Pestato a morte, ne uscirà cadavere. Il processo, dopo mille difficoltà, è riuscito a partire ed è tutt’ora in corso, nonostante il pm Petrazzini avesse chiesto l’archiviazione del caso. Il 25 settembre 2005, a Ferrara, Federico Aldrovandi, 18 anni, fermato per strada dalla polizia per un controllo, viene ammazzato a manganellate. Il 6 luglio 2009, per l’omicidio di Federico quattro poliziotti – Monica Segatto, Paolo Forlani, Enzo Pontani, Luca Pollastri – sono stati condannati a tre anni e sei mesi di reclusione per “eccesso colposo nell’omicidio”. Grazie all’indulto del 2006, non hanno scontato un solo giorno di carcere. Dei quattro, oggi non si hanno notizie. Cos’ha fatto il ministero dell’Interno, li ha radiati, sospesi, trasferiti o premiati? L’11 luglio 2003 viene ucciso nel carcere di Livorno, dov’era rinchiuso per un furto, Marcello Lonzi, 28 anni. Il pm Roberto Pennisi dice che Marcello è morto per infarto e chiede l’archiviazione del caso. La madre del ragazzo denuncia il pm e il caso (con l’imputazione di omicidio per due agenti penitenziari e un detenuto) viene riaperto nel 2006. La sera del 19 marzo 1999, a Matera, Angelo Raffaele De Palo, 31 anni, viene arrestato per oltraggio a pubblico ufficiale e accompagnato in Questura, dove viene ucciso a craniate contro il muro. Per omicidio preterintenzionale l’ispettore di polizia Francesco Ambrosino viene condannato a 5 anni e 4 mesi di reclusione, con l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Il 7 ottobre 1997, Francesco Romeo, 28 anni, viene pestato con bastoni e manganelli nel carcere di Reggio Calabria fino a perdere la vita. In un procedimento pieno di punti oscuri e di domande lasciate senza risposta, il pm Roberto Pennisi (lo stesso di Livorno) chiede l’assoluzione di 19 dei 21 imputati (agenti penitenziari) perché avrebbero reso le loro dichiarazioni in assenza dei legali. E ora torniamo alla “licenza di uccidere” contenuta nel Trattato di Lisbona. Nel quale sono state assorbite pari pari non una, ma due norme “mortuarie”. La prima norma “mortuaria” è l’articolo 2 della Convenzione europea sui diritti umani (CEDU) approvata dal Consiglio d’Europa nel 1950 (il Consiglio d’Europa nasce nel 1949 per promuovere la democrazia e i diritti umani, conta 47 Stati membri ed è organizzazione diversa dall’Unione Europea). L’articolo 2 della CEDU si legge in fretta: “Paragrafo 1. Il diritto alla vita di ciascuno sarà protetto dalla legge. Nessuno sarà intenzionalmente privato della sua vita eccetto che in esecuzione di una sentenza di un tribunale che faccia seguito a una condanna che preveda legalmente quella pena. Paragrafo 2. La privazione della vita non sarà considerata una violazione di questo articolo quando essa risulti dall’uso della forza in condizioni assolutamente necessarie: a) In difesa di una qualunque persona soggetta a violenza illegale; b) Al fine di eseguire un arresto legale o di prevenire la fuga di una persona legalmente detenuta; c) Nel corso di un’azione legale intrapresa per sedare una rivolta o una insurrezione”. E’ vero che questo articolo venne scritto sessant’anni fa, quando ancora diversi Paesi prevedevano la pena di morte nei rispettivi ordinamenti, ma è altrettanto vero che va rivisto al più presto, anche perché qui si tratta di riconoscere il potere di “privazione della vita” non al boia che esegua una sentenza, ma a chi in quel momento (un ufficiale di polizia, per esempio) giudica di essere di fronte a una rivolta o a una insurrezione – di cui tra l’altro la CEDU non fornisce alcuna nozione - e ordina di sparare. Insomma, 10, 100, 1000 possibili repliche di “Bolzaneto” e del G8 di Genova, edizione 2001. La seconda norma “mortuaria” si trova nascosta all’interno del “memorandum esplicativo” del protocollo numero 6, poi diventato numero 11, approvato sempre dal Consiglio d’Europa nel 1983. Quel protocollo numero 6 è stato oggi ratificato da tutti gli Stati membri del medesimo Consiglio d’Europa, eccetto la Russia. Dice l’articolo 1 (Abolizione della pena di morte) del protocollo numero 6: ”La pena di morte è abolita. Nessuno può essere condannato a tale pena, o giustiziato”. Bene. Però, subito dopo, c’è l’articolo 2 (Pena di morte in tempo di guerra), che dice: “Uno Stato può introdurre la pena di morte nella sua legislazione rispetto ad atti commessi in tempo di guerra o di imminente minaccia di guerra; tale pena verrà applicata solo nei casi previsti dalla legge e in accordo con le sue norme”. Queste due “cosine” (articolo 2 della CEDU e articolo 2 del protocollo numero 6) sono un pericolosissimo cavallo di Troia per i diritti umani e per la promessa di democrazia dell’Europa unita, e vanno subito abrogati da ogni convenzione o trattato, tanto più da quelli che hanno l’aspirazione di diventare base di “costituzioni” europee. La cosa migliore che si può dunque fare, immediatamente, dopo l’assassinio di Stefano Cucchi, è asciugarsi le lacrime, poiché gli occhi lucidi non aiutano a leggere. Invece, se riusciremo a leggere, nonostante il profondo dolore e il grande smarrimento, potremo tener viva la vicenda di Stefano e di tutti gli altri crepati in corpo a manganellate e bastonate chiedendo a tutti i parlamentari europei di correre ai ripari e di cancellare la “licenza di uccidere” contenuta nel Trattato di Lisbona.
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Informazione influenzata (mar, 03 nov 2009)
Poi dicono che uno smette di leggere i giornali. Succede che la pandemia, essendo appunto pan, colpisca pure i giornalisti. Suina o stagionale, poco importa, è sempre influenza. Questa mattina, termometro sotto il braccio, accendo il pc per vedere le rassegne stampa (non posso uscire a comprare le versioni cartacee). Repubblica: Virus A, 17 morti. Poi il Corriere ci informa, con un vero scoop, che l'influenza fa paura. Se uno ha tempo da perdere, e chi è malato ne ha, può addentrarsi nelle pagine interne dove si scopre che gli ambulatori medici sono pieni di persone con nasi colanti e frequenti colpi di tosse, mentre dagli ospedali si leva un grido disperato: Non intasate il pronto soccorso, statevene a casa, sotto le coperte. Però la gente muore, obiettano i lettori preoccupati. Ma basta spulciare tra le righe di articoli scritti da giornalisti irresponsabili per capire che i titoli sono una truffa, una secchiata di benzina sul fuoco dell'ipocondria. Un esempio a caso. Un trafiletto di Repubblica strilla: A Bolzano l'ultima vittima, una bambina di 11 anni. Bisogna superare 16 righe di parenti distrutti e aggettivi drammatici per scoprire che la piccola Martina aveva una polmonite che poi, complice l'influenza, si è aggravata diventando mortale. Quindi è morta di influenza o di polmonite? E tutti gli altri, cardiopatici, diabetici e malati di tumore per i quali l'influenza è stata solo l'ultima goccia, perché continuano a figurare negli elenchi delle vittime della suina? C'è poi un dibattito, quasi una crocifissione, sul povero viceministro della Salute Ferruccio Fazio, ribatezzato topo gigio per imperscrutabili ragioni. Due le critiche: il vaccino è stato preparato troppo in fretta e ci sono troppe poche dosi a disposizione. Lenzuolate di inchiostro sull'argomento da cui faticosamente si capisce però che le due critiche si escludono: ci sono poche dosi perché? il vaccino è stato preparato in fretta, visto che bisognava vaccinare prima il personale sanitario così che gli ospedali e gli studi medici non fossero vuoti al momento di picco, che sta arrivando. Che doveva fare Fazio? E davvero c'è un'emergenza per gli effetti collaterali? Ma avete mai letto un qualsiasi bugiardino di un'aspirina o, per stare a farmaci da influenza, una tachipirina come quella che noi influenzati bloccati a letto dalla febbre prendiamo tre o quattro volte al giorno? C'è il mercurio, certo, ma come ricordano tutti i medici responsabili, c'è più mercurio in qualsiasi scatoletta di tonno o trancio di pesce spada. Poi ci sono i medici che non si vaccinano e non vaccinano perché non credono ai vaccini (o forse perché si guadagna molto poco con le vaccinazioni), ma c'è voluto qualche decennio anche perché si smettessero di usare le sanguisughe e i chirurghi imparassero a lavarsi le mani prima di operare. Per fortuna, nelle rassegne stampa, dopo un po' le pagine sull'influenza finiscono. E uno può rintanarsi sotto le coperte a leggere dell'ennesimo ritorno del dialogo tra Bersani e Berlusconi. Finalmente qualcosa di innocuo.
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Effetti collaterali di un sabato pomeriggio sul divano (dom, 01 nov 2009)
Ti può capitare Alfonso Signorini, su Canale 5, a V che sta per Verissimo - i colori della cronaca (rosa). Il doppio direttore allitterato diventa il dottore d’amore con licenza di prescrizione (calmo, mister B., con la tua rogna non c’entra): “Mai svegliare il compagno alle tre di notte e chiedere: mi pensi? Mai ripetere mi ami, mi ami?”. E altre verità nascoste del genere. Tra il cornetto e il cappuccino è in collegamento con Mattino 5, la conventicola di premi Pulitzer del video al giudice Mesiano con i calzini turchesi. A pranzo già digerito, in un momento a sorpresa dalle 16:45 alle 18:45, può affacciarsi su Pomeriggio 5 e di sera spunterà al Grande Fratello oppure al Maurizio Costanzo Show. Da mezzanotte in poi dirigerà i settimanali di Arcore - Chi e Tv Sorrisi e Canzoni - e all’alba ordinerà servizi fotografici dei baci notturni o parlerà a telefono con Marina Berlusconi. Signorini è l’incrocio chimico e scientifico tra Daniele Capezzone e Sandro Bondi: ossequioso presenzialista del nulla. Quel tipo di personaggi che - scriveva Michele Serra nell’Amaca - le massaie trovano familiari all’ora di cena come il pane e il vino di cantina. Un Fabrizio Cicchitto o un Italo Bocchino nel pastone del Tg1. Siccome chi sbaglia a fare zapping oggi rischia di ammirarlo a Domenica Cinque, vogliamo tenervi impegnati con un quesito: sette giorni su sette in tv, chi può battere il record di Signorini? Fate qualche nome. Emilio Fede è fuori concorso.
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Annozero e il lato osceno del potere (gio, 29 ott 2009)
Le telecamere di Annozero mostrano le strade zozze e oscure di via Gradoli, palazzi lucidi fuori e opachi dentro: rifugi per sesso e droga. I microfoni penzolano sui marciapiedi e gli intervistati danno un prezzo al proprio corpo: “A me dava 1.500, 2.000 euro”. Quelle telecamere fissano una realtà che esiste e a tanti sfugge, che l’ex governatore Marrazzo frequentava e per “conoscerlo” siamo costretti a guardare. Il tasso di moralità della politica si misura anche dagli argomenti e dai luoghi che si toccano, che ci fanno toccare: se ieri erano le prostitute (ops, le escort), oggi sono i transessuali di Roma nord. Da palazzo Grazioli all’appartamento di Natalie ci passano chilometri e picchetti d’onore, e anche sensazioni. Non sono uguali. Marco Travaglio cita Ostellino e Battista del Corsera e si chiede: ma un uomo delle istituzioni deve dimettersi? Marrazzo l’ha fatto. Sappiamo frammenti di verità, imbozzolati nella vergogna personale dell’ex presidente. Annozero ha ricostruito l’irruzione dei carabinieri: in due con la pistola, la messa in scena, la richiesta di denaro. E poi gli assegni staccati e bloccati. Il 15 luglio due croniste di “Libero” - allora diretto da Vittorio Feltri - visionano il video. L’asta continua per mesi. Marrazzo ormai è un uomo solo. E nemmeno i consigli per gli acquisti di Silvio Berlusconi - che gli fornisce i contatti dell’agenzia per comprare il video - possono salvarlo dalla pubblica espiazione. 
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Morire di camorra nella Napoli dell'indifferenza (gio, 29 ott 2009)
Morire a Napoli. Città Far West, Bagdad d'Italia, eterna Kabul dove i killer si muovono indisturbati. Non si coprono neppure il volto quando sono in missione. Tanto non li ferma nessuno. Le immagini dell'omicidio nel bar della Sanità parlano di impunità, di indifferenza (la gente che passa, vede il cadavere a terra, la donna che solleva il capo del “muorto acciso”, si accerta che non gli appartiene e va via), di omertà. La Procura della città ha autorizzato la pubblicazione delle riprese video dell'omicidio nella speranza che qualcuno offra un aiuto per individuare il killer. Speranza vana. Napoli sta morendo di indifferenza.   Attenzione: immagini violente, potrebbe turbare la vostra sensibilità link: Il Mattino Video
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Perchè Tremonti scopre il posto fisso (mar, 20 ott 2009)
Giulio Tremonti scopre il fascino del posto fisso: “Non credo che la mobilità di per sé sia un valore, penso che in strutture sociali come la nostra il posto fisso è la base su cui organizzare il tuo progetto di vita e la famiglia”, e ancora “la variabilità del posto di lavoro, l’incertezza, la mutabilità per alcuni sono un valore in sé, per me onestamente no”. Certo, parlava alla Banca popolare di Milano, dove i posti si tramandano di padre in figlio e - va ricordato - nella sua attuale incarnazione il ministro che fu teorico della finanza creativa è diventato da tempo un nostalgico del passato, il primo difensore di un modello economico armonico (e un po' bucolico) che non è mai davvero esistito. In questa legislatura Tremonti ci ha abituato a dichiarazioni pubbliche scollegate da ogni conseguenza politica, esternazioni sul commercio internazionale, sui banchieri, sugli economisti, sui petrolieri, sui paradisi fiscali a cui (spesso per fortuna) non seguiva niente di concreto. A cui corrispondevano silenzi su tutto il resto, a cominciare da Alitalia di cui era, come ministro, il primo azionista. Ma i giornali e il dibattito politico rispondono sempre secondo il copione: pensosi editoriali, interviste a cantautori o intellettuali, sempre uno a favore e uno contro. Ma il governo? Tremonti pensa davvero di ridurre la precarietà in Italia? E se sì, come? Si potrebbe intervenire sugli ammortizzatori sociali, per rendere il lavoro provvisorio flessibile e non precario, aiutando chi perde il posto di lavoro. Ma il governo non vuole farlo, Brunetta dice che abbiamo già “il miglior sistema del mondo”. Si potrebbero abolire alcune forme di contratto a tempo determinato, ma significherebbe scardinare una struttura produttiva ormai consolidata da più di dieci anni. E chi la sente poi la Confindustria? Oppure si può lanciare il tema, discuterne fino alla prossima dichiarazione e poi lasciarlo cadere. Intanto Tremonti ha già incassato un duplice risultato: ha dimostrato che in Italia non c'è bisogno di una sinistra, perché il Pdl (e lui nello specifico) può contenere al suo interno tutto l'arco di posizioni culturali, dagli ultraliberisti alla sinistra no-global. Secondo: ha fatto sparire dall'apertura delle pagine economiche di giornali e tg la notizia che l'Antitrust indaga le Poste Italiane per abuso di posizione dominante, proprio le Poste che dovranno essere il cardine della Banca del Mezzogiorno voluta dal ministro. Link: Stefano Feltri Blog
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La saga del giornalismo vendicativo (lun, 19 ott 2009)
Fermi tutti. C’è un nuovo scoop. Il Giornale di Vittorio Feltri ha “scoperto” che Corrado Augias è stato una spia dei servizi cecoslovacchi fra il 1963 e il 1967. E così arrivano in pagina non uno ma ben due articoli, ben due puntate per indagare i segreti della fonte “Donat”, informatore coltivato al servizio del patto di Varsavia. La storia è così splendidamente ridicola, che meriterebbe di essere approfondita. A distanza di quarantanni, vicende come questa – lo abbiamo visto con il dossier Mitrokhin – diventano paradossi storiografici, melma, falsi d’autore, indistinguibili miscele di verità e menzogna. Spesso una spia che vuole mettere una cena in nota spese si inventa una fonte. Dopo mezzo secolo la velina di quella cena salta fuori da un archivio o da una latrina, ed ecco che qualcuno si ritrova nel tritacarne. Quello che mi interessa di più, però, è il fatto che si sia aperto un ulteriore capitolo nella recente saga che segna il passaggio dal giornalismo “investigativo” al giornalismo “vendicativo”. Non più un giornalismo che scrive le notizie perché le trova, o perché i fatti accadono, ma un giornalismo che deve cercare i fatti, farli accadere, riciclarli (o in casi estremi inventarli) perché c’è l’esigenza di colpire qualcuno. La casistica si allunga ogni giorno: Vittorio Feltri arriva al Giornale ad agosto e apre le danze mettendo nel mirino il direttore di Avvenire Dino Boffo. Si scrive che è stato condannato per molestie e sospetto di omosessualità (non importa quando. Adesso torna utile dirlo). Ma quale è il suo peccato? Aver permesso che su Avvenire (che pure era di centrodestra!) si affacciasse qualche timida critica al premier. Il secondo atto è stato l’attacco al direttore di La Repubblica Ezio Mauro. Ha comprato o no una casa pagando una parte del suo acquisto in nero? Allora vada alla sbarra pure lui: il suo giornale è uno di quelli che ha scritto male del premier. E il giudice Mesiano? Si è permesso o no di esprimere un verdetto ostile al Cavaliere? Nella sua città precipitano gli angeli sterminatori del giornalismo vendicativo, e iniziano a setacciare tutto, dall’anagrafe alla barberia dove il magistrato si va a tagliare i capelli, alla ricerca di una pistola fumante. Adesso si è arrivati ad Augias, nemmeno fosse la Talpa di Le Carrè. Ma non tiene la rubrica della posta sul quotidiano di Largo Fochetti questo signore? Dunque anche lui è colpevole. Il giornalismo vendicativo è un genere sporco, e questo lo capiscono anche i sassi. E poi magari Augias è anche il padre della moglie, di quel giornalista di Mediaset – Pietro Suber - che si è permesso di dimettersi dal Cdr, dopo le meravigliose inchieste di Mattino 5. Dunque uno che va punito per almeno due buoni motivi. Non è un caso che, sia sul Giornale che a Mediaset, le operazioni siano spesso gestite da persone esterne alle redazioni. Spesso qualcuno prepara la polpetta, e poi la polpetta vaga da una scrivania all’altra, viene passata alle redazioni perché la cucinino a dovere. Per vincere le resistenze dei giornalisti che si vuole far diventare buche delle lettere (minatorie), però, serve un grande sforzo propagandistico e logistico. Se devi fare l’articolo sui calzini turchesi di Mesiano, per esempio, ti serve una collega che abbia un contratto a termine e che non possa dire di no. Se devi fare le scarpe ad Augias, si prende addirittura uno che sul Giornale non ha mai scritto e gli si consegna direttamente la prima pagina: è lo sputtanamento chiavi in mano. Se devi colpire Mauro si ricicla un pezzo pubblicato su un blog addirittura tre anni prima da un giornalista che scrive per un quotidiano concorrente: non è importante cosa si fa e chi lo fa, ma quanto male fa. E poi si dice ai giornalisti di quelle redazioni, che spesso assistono attoniti, o che magari sono combattuti, due cose: 1) In fondo stiamo solo facendo ai nemici del premier quello che i giornali hanno fatto a lui. E poi 2) State tutti in campana perché non c’è nessuno di voi che non abbia uno scheletro nell’armadio. Non si tratta di due minacce inefficaci: in tutti i paesi del mondo non c’è ombra di dubbio che qualsiasi giornale scriverebbe che il premier va a puttane. In Italia non pochi oggi si ripetono: chi la fa l’aspetti. Le prime rasoiate hanno già prodotto la sensazione che tutti possono essere colpiti. Io non credo, purtroppo, che scrivendo questo articolo posso dare il minimo fastidio ai nuovi angeli sterminatori: è poco meno della puntura di uno spillo. Ma in ogni caso, se dovesse servire, voglio fornire qualche spunto: sono indietro di tre mesi con il pagamento della rata del condominio, ho diverse multe inevase, ho fatto il servizio civile in un quartiere di periferia invece che servire la patria, due settimane fa ho litigato vivamente con mia madre per telefono, e – proprio sotto la redazione de Il Fatto - ho mandato a quel paese un tizio che mi stava urtando il motorino con la sua Mercedes. In un libro che ho pubblicato pochi mesi fa ho intervistato l’ex interprete di Togliatti, uno che al 90 per cento era un agente del Kgb (e mi ha fatto simpatia), per ben due volte ho provato mettermi a dieta e, anziché dimagrire, sono ingrassato. La cosa positiva è che, rispetto all’infamia concettuale del giornalismo vendicativo di conio feltriano, anche lo scheletrino peggiore che riesco a trovare nell’armadio, mi sembra una figurina amena. Ma chissà: magari loro trovano di meglio. Link: Luca Telese Blog
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Perchè un giornalista cambia giornale, chi arriva e chi parte... (mar, 22 set 2009)
Giornalisti che cambiano poltrona come non era mai successo nell’agosto bollente. Da destra a destra. O da destra alla Rai. Berlusconi organizza le truppe per blindare nel silenzio un autunno ancora più caldo. Non sono giornalisti qualsiasi, ma giornalisti leopard, legione straniera con passaporto italiano. Credono, obbediscono, combattono. Ogni giornalista prova a diventare esperto di qualcosa: politica, Medio Oriente, America Latina, affari europei, economia, cultura, scienza. La scienza frequentata dai leopard è sbatti il mostro in prima pagina. Che sia o non sia un mostro diventa secondario. L’importante è farlo rosolare il più a lungo possibile, impiccarlo nelle piazze per avvertire i giornalisti senza collare: sappiamo tutto, la curiosità si paga così. Il contratto d’ingaggio impone la difesa ad oltranza del padrone che li arma assieme agli amici fidati dei giornali attorno. Le polemiche si specchiano da una prima pagina all’altra. E le Tv amiche allargano le voci. Non basta inventare paure immaginarie e felicità delle quali nessuno si accorge. L’ordine é distruggere chi testimonia noiosamente la realtà per far sapere ai lettori cosa davvero succede. Raccontare che il re è nudo diventa peccato da punire con la gogna.. E il giornalismo vecchia maniera finisce sotto montagne di soldi. Contractors con stipendi-bottino da favola. Vip in tribuna d’onore a San Siro. Ville nei parchi che fanno gola al ministro Calderoli. Eppure non sono i milioni l’attrazione fatale. Si nasce camerieri e si diventa mercenari. Dalle nuove poltrone promettono lacrime e sangue. “Sto solo armando il fucile“, il Feltri delle bande nere prepara la rappresaglia dal Vaticano in giù. Fare il giornalista è una professione che contempla la vanità, e quando il mercato dell’informazione apre vetrine illuminate la tentazione può diventare irresistibile. Per i contractors non importa di quale luce si tratta. Si cambia. Si cambia per lo stipendio rotondo; si cambia per la voglia di menar le mani; si cambia per raccontare le cose che l’eleganza dei vecchi posti consigliava sfumare. Profilo che sintetizza le carriere leopard: pragmatici nell’obbedienza, disponibili a qualsiasi avventura. Il signore delle Tv non li raccoglie a caso. Fuori dalle colonne berlusconiane anche giornalisti normali migrano da una testata all’altra. Cambiano per i mal di pancia che accompagnano chiunque faccia questo mestiere, ma cambiano anche per inseguire la scioltezza garantita dalla mancanza di un riferimento partitico, libertà di essere solo testimoni e di arrabbiarsi senza brontolii e censure quando le ambiguità dei palazzi diventano insopportabili. La mia è una generazione grigia, educata al rispetto delle notizie, raramente una tessera, nessuna tentazione politica. Piccola storia personale. In questi giorni sto cambiando giornale. Da l’Unità al Il Fatto. Uscirà il 23 settembre. L’ha inventato e lo dirige Antonio Padellaro ispirando la testata alla trasmissione di Biagi chiusa dal proclama bulgaro di Berlusconi. Ritrovo Padellaro, Furio Colombo, Travaglio, Oliviero Beha, Corrado Staiano, Antonio Tabucchi vecchi amici e compagni nuovi. Tanti ragazzi. Insomma, l’Unità liberal che Colombo e Padellaro avevano resuscitato otto anni fa. Allora, come oggi, arrivano in tanti per respirare la speranza di un giornalismo senza bandiere e senza l’obbligo di rispettare i dogmi di banche e imprenditori. Solo uno spazio dove raccontare ciò che è possibile dimostrare al di sopra dei preconcetti e con la trasparenza sospirata da ogni giornalista nell’adolescenza del mestiere. Sogni proibiti? Il dramma di una morale allo sfascio obbliga a provare. E’ il mio terzo giornale in 37 anni. Trent’anni di viaggi per il Corriere della Sera con batticuori mai placati quando tornavo in Italia: maggioranza silenziosa che sfilava in via Solferino minacciando Piero Ottone colpevole di considerare ogni lettore una persona da informare, stesso riguardo per tutti, e rifiuto di incensare il censo con silenzi o mazzi di fiori. Una certa borghesia non lo sopporta e Indro Montanelli se ne va per aprire il suo Giornale. Poi l’aria marcia della P2. Poi Alberto Cavallari chiamato dal presidente Pertini per restituisce al vecchio giornale una dignità subito stropicciata dal craxismo anni 80. I direttori venuti dopo Piero Ostellino continuano a difenderne l’indipendenza a volte impacciati da editori con interessi estranei alla buona informazione. Quando lascio il Corriere per l’Unità mi guardano come bestia rara. Ricordano che è sempre successo il contrario: migrazioni che risalgono dalle pagine della sinistra per respirare sicurezza nei fogli importanti. All’Unità sette anni senza dogmi da rispettare ma la tutela politica a poco a poco riaffiora. L’Unità di Colombo e Padellaro era un giornale di parte, non di partito anche se il partito di Gramsci stava dalla stessa parte. Colombo, Padellaro, Concita De Gregorio hanno permesso di scrivere senza cambiare una virgola eppure la libertà dello scavare in altro modo può contemplare prospettive diverse. Ecco la nuova avventura. Filosofia del cambiare posto da non confondere con i sentimenti che animano il girotondo dei giornalisti killer. Soldi, soldi, mentre l’informazione di carta di soldi ne ha sempre meno. Soldi, soldi di un editore impuro come nessuno, anche se di puri non ne esistono quasi più. Insomma, Berlusconi prova a sopravvivere imbavagliando l’informazione normale. Affida agli specialisti dell’aggressione il compito di minacciare e scoraggiare. Chi alza gli occhi sui suoi affari finisce male. I giovani sono avvertiti. Anche vescovi e cardinali vanno informati che non si scherza. L’emergenza deve essere grave se Feltri viene richiamato al Giornale. Se ne era andato nel 1997 se ne era andato sbattendo la porta “quando ho capito che la famiglia Berlusconi aveva bisogno di un giornale di partito. Impossibile restare. E’ un mestiere che non so fare. Metà Forza Italia mi odiava. A Silvio Berlusconi stavo sulle palle perché una volta lo difendo e una volta lo punzecchio. Ma se il giornale non è male una ragione ci sarà e ne ho tenuto conto nella parcella“. Soldi, soldi. In realtà è andato via per aver precisato che le inchieste che infangavano Di Pietro erano inventate di sana pianta. Confessione in prima pagina, campagna berlusconiana sbriciolata. Disinvoltura che accompagna Feltri da un giornale all’altro. Quando era cronista al Corriere della Sera si improvvisava portavoce della rivolta craxiana contro la trasparenza economica dei partiti invocata da Alberto Cavallari. Discorsi dalla prosa arrabbiata. Quand’era direttore dell’Indipendente esaltava quel Di Pietro che subito copre d’infamia appena arriva alla poltrona del Giornale. Scriveva sull’Indipendente, anni Mani Pulite: “Ammesso che un magistrato abbia sbagliato, ecceduto, ciò non deve autorizzare i ladri e i tifosi dei ladri, gli avvoltoi del garantismo, a gettare anche la più piccola ombra sulla lodevole e non sufficientemente apprezzata attività di Borrelli e Di Pietro…Di Pietro non si è lasciato condizionare da critiche e minacce di mezzo mondo (diciamo dal regime del quale l’appesantito Bettino è campione suonato). Ha colpito senza fretta, nessuna impazienza di finire sui grandi giornali. Craxi ha commesso l’errore di spacciare i compagni suicidi come vittime di un complotto antisocialista. E’ una menzogna, onorevole“. Con quale imbarazzo può adesso guidare l’ammiraglia di Berlusconi con Stefania Craxi e la figlia di un suicida, pilastri del governo? Tranquilli: un professionista così non trema mai. Da un giornale all’altro fa amicizia con giornalisti con i quali organizza trasferte e testate. Maurizio Belpietro un po’ lo segue e poi ne prende il posto a Il Giornale. Fantastiche inchieste su Telekom Serbia. Mesi di pagine contro Prodi, Fassino: sinistra in croce. E un bel giorno neanche una riga. Il supertestimone ha inventato tutto ed è finito al fresco. Feltri fonda Libero assieme a Renato Farina che lo aveva accompagnato nella direzione editoriale della catena Monti: Resto del Carlino, Nazione, Giorno. Certe trame del giornalismo non si intrecciano per caso. Feltri occupa l’ufficio che era di Franco Di Bella, direttore del Corriere della Sera negli anni P2. Di Bella aveva rimesso all’onore del mondo, scegliendolo come consigliere, Giorgio Zicari. Non perché tutti e due con la tessera di Gelli, ma per ridare lavoro ad un giornalista che disseppelliva documenti riservati e che quando a Brescia scoppia la bomba in piazza Della Loggia, confessa pubblicamente ai compagni di lavoro: mi dimetto dal Corriere perché sono un agente dei servizi segreti. Sembrava spaventato, non ha mai spiegato perché. Anche nei doppi mestieri il rispetto per il giornalismo un tempo era diverso. Sopravviveva un filo di vergogna. A volte le vocazioni possono sbocciare così. Farina non lascia Feltri nemmeno per un momento. Il suo nome nel codice 007 poteva essere Edera, non Betulla. Su Libero dedica articoli memorabili a Berlusconi. Sinfonie che ingigantiscono il collezionista di cactus bonsai a passeggio con Farina nei giardini di villa Certosa. Forbici in mano: zac sfuma un rametto con la destra. Zac, con la sinistra telefona a Putin. Adulazione che Farina impallidisce nei primi giorni delle dieci domande e delle non risposte, capolavoro da professionista di flabello che ringrazia chi lo ha sistemato nella poltrona di onorevole. “Senza la leadership di Berlusconi l’Italia sarebbe preda piena e totale della dittatura del relativismo". Attenzione, il nemico ci ascolta: “I sacerdoti che fanno la spia al Vaticano sulle intemperanze vere o presunte di Berlusconi paiono dolenti e mesti, ma sono felici come una Pasqua: lo lapidano dal pulpito dell’Avvenire“. Ultime parole su Libero e poi via con Feltri al Giornale dove subito spunta il documento contro il direttore dell’Avvenire. Da quale sacco esce la farina avvelenata ? Voglio rassicurare i lettori: nessuno dei collaboratori di domani e nessuno dei giornalisti in cammino verso Il Fatto assomigliano a questi signori. ****** Avvisi e Comunicazioni Aggiornato elenco distribuzione edicole de Il Fatto Quotidiano
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Il Giornale e il falso scoop della festa romana con "trenino" (mer, 16 set 2009)
Ma quale “povera Italia”. Silvio Berlusconi attacca ingiustamente la (sua) stampa senza accorgersi che, invece, questa ha il merito di cercare le notizie, scavare (a fondo) e scovare lati oscuri e contraddizioni dei personaggi pubblici. Esiste un giornalismo d’assalto, in Italia, di cui nemmeno Berlusconi si era accorto. Eppure ce l’ha a libro paga. La notizia, che nessuno, forse per decenza, ha avuto la faccia di firmare, è apparsa ieri sul sito de Il Giornale di Silvio Berlusconi (il Premier più volte ha dimostrato di esserne il vero dominus a dispetto della proprietà intestata alla Finanziaria del fratello Paolo) e diretto da Vittorio Feltri. E’ ovvio che se qualcuno gli dovesse chiedere spiegazioni lui dirà di non sapere. nulla e, magari, di non sentire Feltri da mesi. E cosa è successo di così “scottante” da dover essere raccontato? Succede che un gruppo di ragazzi dei Meetup di Beppe Grillo, i Grilli del Pigneto abbia organizzato una festa, e non un festino, a Lido di Maccarese, vicino Roma, invitando l’uomo, Luigi de Magistris, e la donna, Sonia Alfano, più votati alle ultime elezioni al parlamento europeo. Una tornata elettorale che ha visto due stimatissime persone raggiungere uno straordinario risultato grazie alla loro specchiata moralità e alle loro capacità oggi al servizio dei cittadini italiani ed europei. Un risultato raggiunto anche grazie al sostegno della rete. Dove l’informazione, non manipolata e non “inFeltrita”, circola liberamente e senza le incrostazioni del “sistema”. Quegli splendidi ragazzi, per organizzare questa festa, si sono autotassati per coprire tutte le spese organizzative e tenevano molto alla presenza degli importanti ospiti che non si sono fatti pregare.   In trenta righe di falso scoop, però, Il Giornale racconta almeno 5 bugìe infarcendo l’articolo di allusioni e parallelismi quantomeno azzardati, per non dire tristemente comici. “Ma allora le feste non le fa solo il premier? – si domanda Il Giornale – No, anche l’opposizione balla e canta il karaoke, anche l’opposizione più feroce, quella dei Di Pietro boys and girls, alias grillini prestati al dipietrismo.” Lo scopo è difendere Berlusconi e le sue arcinote debolezze. Nessuno potrebbe scandalizzarsi per una festa dove Berlusconi figurava tra gli invitati, a parte il compleanno di una diciottenne che lo “chiamava Papi” e sulla cui conoscenza il premier ha raccontato bugìe a raffica. L’opinione pubblica è scossa per i “festini” di Silvio Berlusconi. Cosa ben diversa. Sempre Il Giornale, che vanta tra le sue file ottimi “informatori”, racconta di un trenino a cui avrebbe preso parte, oltre a Sonia Alfano e Luigi de Magistris anche Gioacchino Genchi e Salvatore Borsellino. Falso. Salvatore Borsellino al Paradise Village non c’è mai stato. E’ semplicemente intervenuto telefonicamente come Beppe Grillo per salutare i ragazzi e dare conforto del loro impegno in tante battaglie che ci li vedono quotidianamente protagonisti. Quelle per la libera informazione, contro leggi anti-democratiche, a sostegno dei magistrati onesti che in questo paese sono tanti e circondati da ostacoli. Sottolinea la presenza di “belle ragazze”, Il Giornale, domandandosi ancora una volta se “le feste e le danze non si fanno solo nella maggioranza” dimenticando di raccontare un particolare che non è sfuggito agli ospiti né al servizio di sicurezza. Sul finire della serata e non alle 6 del mattino come scritto, scesa da un’automobile scura e con autista, compariva tra gli invitati una ragazza molto “allegra” che si è dilettata nel farsi scattare foto. Una giovane e bella ragazza estremamente spigliata, che sfortunatamente nessuno conosceva e nessuno aveva invitato voleva a tutti i costi essere immortalata, in pose anche poco ortodosse, al fianco degli invitati più in vista. Lei si è allontanata, forse delusa di non aver completato la missione che le era stata assegnata.   Il Giornale si accontenta con le solite, grottesche, mistificazioni. A differenza delle feste di Noemi, l’unico “minorenne” in quella festa era il figlio tredicenne di Gioacchino Genchi, Walter. Le due uniche verità del Giornale, a conti fatti, sono rappresentate dalla presenza, sì, di belle ragazze e che, come tutti, avevano pagato 15 euro per partecipare. Altra cosa, rispetto alle ragazze pagate per partecipare alle feste ed i festini del premier. Particolare da non sottovalutare, inoltre, a Lido di Maccarese non ci sono state eruzioni del finto vulcano, né finte erezioni. Mancava pure il lettone di Putin. Il trenino è vero. E’ stato fatto in onore ad un giovane ragazzo costretto sulla sedia a rotelle. Se solo gli spioni de Il Giornale avessero riportato l’intervento di Sonia per festeggiare il compleanno di Roberto Monaco ed il saluto ad un altro giovane disabile, forse ci sarebbe stata anche l’occasione per commuoversi. Al Giornale, ad esempio, è anche sfuggita la presenza di Gianluca Manca, fratello di Attilio. L’urologo costretto ad operare il latitante Bernardo Provenzano. Poi assassinato e fatto passare per un suicidio. Ma questa è solo la “verità” e come tale non può appartenere agli scoop de Il Giornale. Questi sono i sentimenti della gioia, dell’amicizia e della solidarietà sincerca della gente per bene, che di certo non può capire ed apprezzare chi vive solo di mistificazioni, di falsità e di ipocrisia. La festa organizzata dai Grilli del Pigneto era stata intitolata “Onorevoli on the beach”. Qualcuno, rifacendosi a Villa Certosa o Palazzo Grazioli, ne aveva travisato il titolo. No. Non era “Onorevoli on the bitch”.
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